Politica

Giulio Di Donato: «Festeggiai il Mondiale chiuso in casa da solo»

L'ex vicesegretario socialista: «I domiciliari non mi impedirono di esprimere la mia opinione politica».

«I domiciliari non mi impedirono di esprimere la mia opinione politica. Ero libero di scrivere quello che volevo sui giornali con i quali collaboravo e potevo ricevere chiunque nelle mie residenze oltre che spostarmi tra Roma e Napoli. Penso che anche per Berlusconi, se dovesse scegliere questa forma di pena, le limitazioni imposte dai giudici potrebbero essere molto blande». Giulio Di Donato, ex vicesegretario del Partito Socialista ai tempi di Bettino Craxi, fu uno degli esponenti del Garofano travolti da Tangentopoli. Nonostante questo, l’unica condanna definitiva mai comminatagli dalla giustizia è arrivata solo nel 2004, nell’ambito del processo sulle tangenti relative alla privatizzazione del servizio di nettezza urbana a Napoli. Tre anni e quattro mesi di reclusione scontati in parte con la carcerazione preventiva in attesa del verdetto, in parte ai domiciliari. Di Donato, perché scelse gli arresti domiciliari e non i servizi sociali? «Preferii la prima formula perché la seconda, anche se apparentemente consentiva maggiore libertà, in realtà comportava una serie di vincoli che mi causavano molti disagi». Vincoli di che tipo? «C’era l’obbligo di confrontarsi, mi pare settimanalmente, con degli organismi di controllo». Sempre meglio che restare chiuso in casa, non crede? «Non nel mio caso». Si spieghi. «Io ottenni la possibilità di trascorrere i miei domiciliari nella mia residenza napoletana e in quella romana. Dal 1999 ero diventato giornalista e così i miei impegni professionali mi costringevano a spostarmi più volte da una città all’altra. Ovviamente non era tutto così semplice». Perché? «Ogni volta che volevo spostarmi dovevo avvisare preventivamente la questura tramite fax, e poi assicurarmi che il fax fosse stato effettivamente ricevuto. Per il resto, però, di giorno potevo tranquillamente uscire di casa. Sempre per motivi legati al lavoro, però: non certo per andare a giocare a calcetto. I controlli, comunque, erano severi. Una volta i carabinieri vennero a bussare a casa mia persino alle 2 di notte». Aveva l’obbligo di rincasare a una certa ora? «Sì, mi sembra fossero le 19 o le 20. Ricordo, ad esempio, che nel 2006 c’erano i Mondiali di calcio che l’Italia poi avrebbe vinto. Tutta Napoli era in piazza Plebiscito per vedere la partita ma io fui costretto ad assistervi da casa». Era libero di incontrare chiunque volesse? «Certo, a casa potevo ricevere visite e, anche grazie alle mie collaborazioni con i giornali, potevo scrivere qualsiasi cosa volevo». Crede che anche Berlusconi possa godere di una formula così «blanda»? «Dipenderà tutto dal Tribunale di sorveglianza, c’è grande discrezionalità su questo punto». Non c’è il rischio che l’ex premier paghi il comportamento poco «conciliante» con i magistrati? «Non credo, non sono questi i fattori che abitualmente vengono valutati. Ci si basa di più sull’età della persona, sul suo lavoro, sul suo ruolo». Che idea si è fatto della vicenda processuale di Berlusconi? «Credo che l’impostazione giudiziaria nei suoi confronti non sia stata esente da valutazioni politiche. Un po’ come accadde per Tangentopoli. Non mi riferisco al singolo processo, ma a tutto quello che è accaduto dal ’94 in poi. Al tempo stesso, bisogna ammettere che il Cavaliere ha dato molti argomenti, soprattutto mediatici, a quella parte di opinione pubblica che ha poi giustificato l’offensiva giudiziaria».

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