Caro Direttore, sono Giuseppe Castronovo, cieco dall’età di nove anni a causa dell’esplosione di una penna bomba nel lontano 26 giugno 1944 ed oggi Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, l’Ente Morale Medaglia d’Oro al Merito Civile preposto per legge alla rappresentanza e tutela delle oltre 120.000 vittime civili di guerra italiane e delle loro famiglie. Una vasta platea di mutilati, invalidi, vedove ed orfani che hanno trascorso un’intera vita di sofferenze a causa del secondo conflitto bellico. Lamentai già un anno e mezzo fa con il Governo Monti, non solo l’odiosità dell’iniziativa di tagliare le pensioni di guerra, perché andava a toccare, dopo 70 anni, una categoria ormai di anziani, che ha già offerto un grande sacrificio per il Paese, ma anche l’incostituzionalità della stessa, in quanto le pensioni di guerra hanno per legge natura risarcitoria (art. 1 DPR 915/78) «di doveroso riconoscimento e di solidarietà, da parte dello Stato nei confronti di coloro che, a causa della guerra, abbiano subito menomazioni nell'integrità fisica o la perdita di un congiunto». Era la prima volta, in 70 anni, che lo Stato italiano aveva soltanto pensato di toccare le pensioni di guerra. Naturalmente – almeno secondo il mio punto di vista – la proposta fu ritirata dopo una ferma e talvolta indignata opposizione del Parlamento, delle associazioni di categoria e della società civile cui la stampa diede correttamente eco. Restò comunque una ferita aperta in tutte le vittime della guerra, qualcosa era comunque successo. Anche se l’operazione non era andata in porto, il solo fatto che lo “Stato” ci avesse provato aveva incrinato quel rapporto fiduciario che c’è tra un padre e un figlio. Diciamolo, si era consumato un tradimento. Scongiurato provvidenzialmente il pericolo, ero sinceramente convinto che fino al termine dei miei giorni nessuno avrebbe più provato a toccare le pensioni di guerra. Anche perché ritenevo non ne avrebbe avuto il tempo, dal momento che, per comprensibili ragioni anagrafiche, le pensioni di guerra sono in via di naturale esaurimento. Purtroppo mi sbagliavo! Con grande sorpresa e una certa dose di sconforto, che ha lasciato presto il posto a rabbia ed indignazione, nel dossier Cottarelli, commissario preposto alla spending review, ecco di nuovo l’idea di tagliare le pensioni di guerra. Ma questa volta, oltre al danno, anche la beffa. Non solo, infatti, ritorna quello stesso incubo scacciato poco più di un anno fa a disturbare il sonno di mutilati, invalidi, vedove ed orfani ormai anziani, ma per di più la proposta si basa su un’istruttoria approssimativa e fuorviante. Dalle slides con cui sono state presentate, infatti, emerge che il commissario intenderebbe risparmiare nei prossimi tre anni euro 800 mln dalle pensioni di guerra: 200 mln nel 2014 e 300 mln rispettivamente nel 2015 e nel 2016 (pag. 52). E ciò sulla base del fatto che la spesa annua attuale per le pensioni di guerra ammonterebbe ad euro 1,5 mld annui, la maggior parte dei quali, ad avviso di Cottarelli “… per superstiti di vittime della seconda guerra mondiale” (pag. 53). In questi dati non c’è nulla di vero e se solo gli stessi fossero stati confrontati con quelli ufficiali forniti dal MEF qualche dubbio sarebbe venuto. Nell'intero 2013, infatti, la spesa complessiva dello Stato per tutti i trattamenti pensionistici di guerra diretti e indiretti è stata pari a 519 milioni e mezzo (fonte: Elaborazione statistica sulle partite di pensioni di guerra in pagamento, a cura del Ministero dell'Economia delle Finanze - Direzione dei Servizi del Tesoro). Di questi, la spesa complessiva per le pensioni di reversibilità, quelle cioè in favore dei superstiti delle vittime, ammonta a complessivi euro300 mln. Da qui due interrogativi? Dov’è il miliardo di euro che manca all’appello? e come fa Cottarelli a risparmiare in tre anni euro 800 mln. se la spesa complessiva delle reversibilità è di euro 300 mln.? Basta chiedere alla Ragioneria Generale dello Stato per scoprire che alla voce di spesa “pensioni di guerra” corrispondono due codici. Il n. 1316 che si riferisce proprio alle pensioni di guerra comunemente intese, mentre il secondo, il 2198 alle c.d. pensioni tabellari, ovvero le pensioni privilegiate ordinarie militari riconosciute a tutti coloro che hanno svolto il servizio militare di leva in una delle Forze di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forze Armate, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale dello Stato, Servizio Civile Volontario ed hanno riportato una malattia, infermità, ricovero ospedaliero, incidente, infortunio, riforma. La ragione dell’assimilazione alle pensioni di guerra risiede nel fatto che anche queste, innestandosi su un rapporto di servizio obbligatorio (art. 52, comma secondo, della Costituzione) hanno natura risarcitoria, nel senso che il loro ammontare non é correlato al pregresso trattamento retributivo ma alla gravità della menomazione della capacità di lavoro subita durante la prestazione del servizio di leva. Torniamo a questo punto alle pensioni di guerra, quelle che fanno riferimento al secondo conflitto bellico. Negli ultimi 10 anni, sempre secondo i dati del MEF, la platea complessiva di coloro che le percepiscono è passata da poco più di 362.000 mila 2002 a 145.599 del 2013 mentre la loro spesa è scesa da un miliardo di Euro del 2002 agli attuali 519 mln. Con gli attuali trend di decremento, dovuti ad ovvie ragioni anagrafiche, questa spesa pesa ogni anno sempre meno sulle casse dello Stato ed è destinata a scomparire definitivamente. A questo punto la domanda sorge spontanea: ha veramente senso, dopo 70 anni dalla fine della guerra, scaricare il costo della crisi su chi già ha pagato un prezzo altissimo per il Paese e continua a pagarlo con il loro. Spero che questa sia l’ultima volta che dobbiamo aggiungere alle nostre invalidità altre “mutilazioni” come quella di offendere il nostro sacrificio che da 70 anni viviamo tutti i giorni.
«Giù le mani dalle pensioni di guerra»
di Giuseppe Castronovo, Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra
