Edizione numero venti, e grandi numeri, ma con antenati che meritano essere evocati. Non quello che nel 1906, selezione per l’Olimpiade del decennale di Atene, vide premiato dal re, a piazza di Siena, Dorando Pietri. Nemmeno quello che mezzo secolo dopo avrebbe consacrato sotto l’arco di Costantino la solitudine del soldato del Negus Abebe Bikila, reliquia dei Giochi di Roma. L’autentica antenata della Maratona di Roma fu una prima volta solitaria, anonima nella sua semplicità, in tempi in cui correre su un tracciato cittadino significava proporsi inevitabile bersaglio d’insolenze, e non sempre riferibili. Accadde il 1° gennaio del 1965, quando Enrico Spinozzi, società Cus Roma, mezzofondista veloce, azzurro negli 800 e nei 1500, decise di festeggiare a suo modo il primo dell’anno correndo un allenamento «lungo». Da solo. Quella corsa singolare che attraversò il ponte dell’Olimpica non passò inosservata: una troupe Rai, in giro per la capitale in cerca d’immagini e di curiosità d’inizio anno, ne fece oggetto di ripresa, il telegiornale dette risalto amplificandone l’originalità, e il passo fu breve perché di lì a qualche giorno divenisse oggetto di un bis, questa volta cronometrato. Protagonisti, ancora Spinozzi e Umberto Risi, collega nel gruppo sportivo universitario, suggeritore, tecnico e mentore d’entrambi Renato Funiciello, accademico di geologia alla Sapienza e unico anni dopo, a rappresentare l’Italia nel consesso internazionale allertato per trarre consuntivi dall’allunaggio dell’Apollo XI del 1969. Il 10 gennaio, lo scienziato al seguito su due ruote, Spinozzi e Risi corsero dal settimo al ventottesimo chilometro d’una inospitale via Salaria. Alla boa, i due arditi fecero marcia indietro, chiudendo nell’impianto dell’Acquacetosa i 42.195 metri in 2 ore 39 minuti e 25 secondi. Dedicata a Silvestro, trentatreesimo Vescovo di Roma, la maratona prese piede da quel giorno, vivendo più avanti un momento epico quando Paola Pigni, figura tra le massime dello sport italiano, primatista mondiale sui 1500 e sul miglio e vincitrice di tre Cross delle Nazioni, non decise, era il 31 dicembre 1971, di affiancare nell’impresa gli uomini, archiviando il traguardo in 3 ore e 43 secondi e aprendo nuove frontiere allo sport femminile. Divenuta tappa fissa del calendario atletico, prima nazionale e poi internazionale, la prova romana alternò in successione varie denominazioni, Romaratona, Romacapitale, Roma City Marathon, Maratona di Roma, e presidenti, dall’iniziale Flavio Salvarezza a Umberto Silvestri, fino all’attuale Enrico Castrucci per conto dell’Italian Marathon Club, affiancandosi spesso ad eventi internazionali di spessore, primi tra essi i campionati europei del 1974, i mondiali dell’87 e la storica edizione benedetta all’alba del terzo Millennio da Giovanni Paolo II in una fredda mattina del primo gennaio del Duemila. Da tempo maggiorenne, gratificata dal timbro della Federazione internazionale di atletica che ne attesta l’eccellenza, la gara romana non ha rivali sul territorio nazionale, e compete a petto in fuori, per tempi realizzati e quantità di numeri, oltre che per un ineguagliabile scenario, con il meglio del mondo, malgrado gli irreparabili dissesti ambientali di una capitale senza difese.
Una corsa unica non soltanto per lo scenario
di Augusto Frasca Edizione numero venti, e grandi numeri, ma con antenati che meritano essere evocati. Non quello che nel 1906, selezione per l’Olimpiade del decennale di Atene, vide premiato dal...
