Non è stato un processo a un poliziotto accusato di aver favorito uomini vicini alla camorra, né a un uomo in divisa che ha tradito lo Stato sul quale aveva giurato. Non è stato nemmeno un processo a uno «sbirro napoletano» reo di aver rivelato a un suo amico imprenditore, considerato in odore di camorra, notizie delicate e fatti riservati. E non è stato, infine, neanche un processo a un funzionario di polizia che, imbattendosi nel riciclaggio di denaro sporco, si gira dall’altra parte magari per una futura convenienza, evitando persino d’indagare sui clan camorristici . Nulla di tutto questo. Quello a Vittorio Pisani, ex capo della squadra mobile di Napoli, «ha finito per trasformarsi in un processo alla sua carriera, alla sua moralità, in altre parole alla sua stessa persona e di riflesso all’importante ufficio cui era preposto». È quanto scrivono i giudici della settima sezione del tribunale di Napoli nelle 500 pagine di motivazioni alla sentenza che nel dicembre scorso ha mandato assolto, «perché il fatto non sussiste», l’«incubo peggiore» dei Casalesi, il loro nemico giurato, colui che li ha scovati, braccati e arrestati. Parole, quelle messe nere su bianco dai giudici, che «disintegrano» le ipotesi dei pm, le stesse che avevano catapultato in un dramma professionale e personale l’uomo che ha consegnato alla giustizia Michele Zagaria e Antonio Iovine, il vertice del clan dei casalesi. Per i giudici, quello al superpoliziotto è stato dunque un processo «all’intero percorso lavorativo dell’alto funzionario, alle sue metodiche e scelte operative, alla sua gestione dei rapporti personali, professionali e non». Un processo ingiusto e insensato, una «tortura» che ha costretto un imputato assolutamente innocente, com’era da subito evidente, a lasciare la Mobile partenopea per approdare prima allo Sco e poi al Servizio immigrazione, in attesa che la giustizia facesse il suo logico corso. Con grande soddisfazione, è facile presumere, di quegli stessi camorristi «massacrati» dal superpoliziotto, messi all’angolo e tenuti sotto scacco fino a quando il collaboratore di giustizia Salvatore lo Russo, detto ’O capitone, non ha iniziato a «mascariare» Pisani trovando ascolto in dei magistrati che proprio sulle sue dichiarazioni hanno puntato, nonostante, come evidenziato ancora nelle motivazioni, «nulla di veramente rilevante ha in definitiva riferito a carico del funzionario». Ma, pur di fronte all’«inconsistenza delle propalazioni del collaboratore (Lo Russo, ndr) sugli specifici atti ascritti in questo processo a Pisani», scrivono i giudici, la pubblica accusa, «nel trattare la posizione di quest’ultimo, ha appuntato invece in dibattimento massimamente la propria attenzione proprio sulla persona di Lo Russo». Un «pentito» ritenuto dunque credibile dai magistrati che volevano la condanna di Pisani, ma le cui parole sono invece state spazzate via da quelle che i giudici definiscono «copiose produzioni documentali e lunghi e ponderosi esami di molti testi a discarico, compresi numerosi funzionari di Pg e tre magistrati della Dda di Napoli, il tutto a sostegno della correttezza dell’operato dell’ex capo della squadra mobile con riferimento sia alla costante messa a conoscenza dei vertici istituzionali delle notizie via via fornitegli da Lo Russo, che con riferimento alla indagini sul clan Lo Russo». Il processo a Pisani non si sarebbe mai dovuto svolgere, l’indagine mai dovuta aprire. Se ne sono giovati solo i nemici dello Stato.
Pisani senza colpe «Processo alla carriera»
Le motivazioni dell’assoluzione: giudici contro i pm Un innocente costretto a lasciare la Mobile
