Sono spesso sfiorati dalle manovre draconiane che puntualmente si abbattono sul pubblico impiego. Ma molto spesso i magistrati riescono a farla franca. Tengono lontano le forbici del razionalizzatore di turno dai loro stipendi. Anche nel caso del piano di spending review presentato da Carlo Cottarelli il tagliatore si è ben guardato dal considerare le toghe all’interno della base sulla quale applicare il taglio dei salari compreso, secondo Cottarelli, tra l’8 e il 12% della retribuzione. Nelle slide del piano di razionalizzazione della spesa, che Il Tempo ha anticipato nell’edizione di lunedì scorso, il commissario ha ben specificato che i risparmi previsti e cioè 500 milioni nel 2014, e altrettanti nel 2015 e 2016 sono variabili a seconda che il bacino sul quale si interviene comprenda o meno i magistrati. Insomma anche il principale incaricato della riduzione della spesa della macchina pubblica ha messo le mani avanti. Ben conoscendo la capacità di interdizione della categoria nelle scelte politiche. Non è la prima volta che accade. Anche loro hanno beneficiato della sentenza della Corte Costituzionale che bocciò il contributo di solidarietà. Quello imposto dal primo gennaio 2011 agli stipendi dei dipendenti pubblici (e dei pensionati) che superavano i 90mila euro. I giudici della Consulta lo dichiararono incostituzionale perché riguardava solo una categoria ed era quindi discriminatoria. Considerato che il prelievo era del 5% sulla parte eccedente i 90 mila euro e il 10% su quella che superava i 150 mila sono stati soprattutto i togati i beneficiari della sentenza. Sono loro infatti che, all’interno dell’amministrazione pubblica, insieme al personale diplomatico guadagnano mediamente di più. Non solo. Difficile anche immaginare una riduzione della pianta organica dei magistrati italiani. Perennemente in carenza di risorse umane giudicanti. Gli oltre 8 mila giudici no sembrano mai sufficienti ad assicurare uno standard minimo di produttività dell’amministrazione giudiziaria. A creare buchi c’è però anche un plotone di circa 200 magistrati fuori ruolo che invece di lavorare nei tribunali usa le sue conoscenze giuridiche nei gabinetti dei ministeri e negli uffici legislativi per scrivere gli articolati di legge. Per i togati poi non vale la misurazione dei risultati e delle performance dei loro risultati. Le carriere sono ben articolate secondo scatti e automatismi che consentono praticamente a tutti, capaci e meno, di raggiungere alti livelli di carriera e di stipendio, senza grandi sforzi. Eppure le risorse a differenza di quanto sostenuto dalla categoria nella generale ristrettezza a cui è soggetto il bilancio dello Stato, non mancano. Secondo un recente rapporto del Servizio Studi del Senato italiano (maggio 2013), che limita il confronto ad «alcuni Paesi europei che si ritengono più significativamente comparabili con l'esperienza italiana, per popolazione, territorio e appartenenza all'Europa continentale», l’Italia destina alla “giustizia” (senza le carceri) la stessa percentuale di Prodotto interno lordo, cioè lo 0,4%, di Germania e Spagna e molto di più della Francia che si attesta allo 0,2% del Pil. Se poi consideriamo l'amministrazione penitenziaria, la nostra percentuale di Pil è dello 0,2%, che è identica a quella di Spagna e Francia e doppia rispetto a quella della Germania (0,1%). Questa débâcle del sistema giudiziario italiano, dunque, non è nemmeno giustificabile con minori stanziamenti che l’Italia destina al “sistema giustizia” rispetto ad altri Stati Europei. Nonostante la politica brandisca da anni la grande riforma della giustizia italiana, la categoria dei magistrati ha finora sempre resistito alle innovazioni e ai cambiamenti. Per i loro errori vengono giudicati dal Consiglio superiore della magistratura. Una giustizia in casa che spesso non responsabilizza chi sbaglia. Anche questa volta i togati rischiano di farla franca.
L’ingiustizia dei tagli, le toghe non si toccano
I dubbi del commissario sulle sforbiciate ai giudici. Da decidere se includerli o meno nella spending
