Politica

Per una volta proviamo a pensare più europeo

di Filippo Caleri

Per una volta guardiamo ai nostri conti e alle ricadute industriali dei grandi progetti della Difesa. Nessuno strappo con l’alleato americano, guardiano della pace nel nostro emisfero. L’Italia non dimentica le relazioni con Washington, vitali. a prescindere dai dossier economici. Ma nella gestione del dossier della costruzione del caccia F-35 non si può non tener conto di quanto effettivamente torni nel Paese in un progetto così importante di cooperazione industriale. Insomma vanno messe sul piatto le opportunità che il progetto porta al nostro sistema di produzione di alta tecnologia. Nel caso dell’F35, Alenia Aermacchi, controllata del gruppo Finmeccanica, ha già in portafoglio l’assemblaggio del velivolo. Per questo ha attivato gli investimenti nella base di Cameri (Novara) per attivare lo stabilimento di costruzione del caccia a stelle e strisce. Si tratta di lavoro, salari e occupazione garantiti da un progetto industriale. E in un momento come questo sono un toccasana. Ma le criticità non mancano. Nel progetto F35, infatti, gli italiani sono coinvolti principalmente nelle attività di assemblaggio e sviluppo meccanico del velivolo. Nella fase progettuale Finmeccanica chiese al costruttore Lockheed Martin di intervenire anche sulla parte a più elevato contenuto tecnologico, la cosiddetta avionica, e cioè sulla strumentazione di bordo come i radar e la parti che guidano e controllano gli armamenti. Ovvero l’intelligenza e il software avanzato dell’aereo che sposta in alto l’asticella tecnologica di chi lo pensa e lo produce. La Lockheed ha però sempre opposto il suo rifiuto. Anche secondo logica perché chi lavora a sistemi avanzati vuole mantenere il più a lungo possibile la leadership industriale. Il «niet» Usa non è un dettaglio di poco conto. Chi sviluppa tecnologia mette al lavoro gli ingegneri e i tecnici specializzati, produce idee e brevetta prodotti che possono essere riapplicati al settore civile, guadagnando due volte. Insomma fa più business, guadagna spazi competitivi nel mondo, e si posiziona su nicchie di mercato più redditizie. Così non sarà con l’F35 nel quale i tecnici impegnati saranno solo montatori e meccanici. Gli americani come detto non amano intrusioni nella loro tecnologia militare. C’è però un risvolto che dalla vicenda F35 può aprire maggiori prospettive nei conti delle aziende italiane del settore. Ed è il riavvio, sempre con il consenso dei governi, della tranche sospesa del caccia europeo Eurofighter. Un programma al quale partecipano oltre all’Italia, anche Spagna, Germania e Inghilterra. Un prodotto eccellente e apprezzato dai compratori e nel quale le aziende italiane partecipano non solo dal punto di vista costruttivo ma anche e soprattutto con l’alta tecnologia. Il riavvio in «parallelo» delle commesse dell’Eurofighter sarebbe una vittoria per il «made in Italy». Nel progetto Finmeccanica è impegnata con una percentuale elevata, il 33%. Insomma con il caccia europeo il nostro Paese lavora meglio guadagnando maggiori profitti. Far ripartire la nuova tranche consentirebbe anche di innovare l’Eurofighter e trasformarlo in un caccia multiruolo diventando così un aereo completo. Non mollare l’F35 è sacrosanto ma lo è anche, forse, pensare europeo.

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