Politica

etichetta di salvataggio

di Gian Marco ChiocciL'imbeccata avuta dal nostro Filippo Caleri impegnato in un’inchiesta sul business degli alimenti taroccati, lasciava presagire cose brutte. Mai così brutte rispetto a quelle...

L'imbeccata avuta dal nostro Filippo Caleri impegnato in un’inchiesta sul business degli alimenti taroccati, lasciava presagire cose brutte. Mai così brutte rispetto a quelle che sono andate emergendo a forza di investigare e che hanno trovato riscontri trasparenti nella parole del giovane e brillante presidente di Coldiretti, ossessionato da una sacrosanta battaglia alimentare: quella di far conoscere all’opinione pubblica la tracciabilità del cibo, dal luogo di «nascita» del prodotto a quello di lavorazione, fino al piatto in tavola. E questo per evitare frodi commerciali miliardarie, danni all’agricoltura, perdite di posti di lavoro, contaminazioni e malattie, per non parlare di quei prodotti importati da Paesi e ri-trasformati nelle nostre aziende per essere rivenduti all’estero col marchio Made in Italy. Bene, per ottenere una cosa all’apparenza banale e ovvia come l'obbligatorietà dell’etichettatura dell’origine degli alimenti, da anni si combatte una guerra feroce, sotterranea, per la presenza di lobby decise a tutelare gli affari loro sulla pelle nostra. E così il paradosso è che per asseriti problemi di privacy, il ministero della Salute tiene chiusi a chiave i dati sulla tracciabilità, e solo dopo casi mortali o di malattie già conclamati si è deciso di apporre - per dire - il cartellino sul manzo dopo il caso della mucca pazza quand’invece alcuna etichetta è prevista sul maiale che arriva da posti che voi umani nemmeno immaginate. Buon appetito.

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