Il premier Renzi ha inaugurato un nuovo modo di fare il Consiglio dei ministri. Alla cui fine eravamo abituati a vedere articolati di legge e bozze di provvedimenti, insomma misure tradotte in atti amministrativi. Ieri niente di tutto questo. Renzi somigliava più a un manager di una società di consulenza americana. Tipo quelli di Accenture o di McKinsey. Quelli che entrano in un’azienda, puntano il dito sulla lavagna e intimano ai dipendenti: «Dovete arrivare qui!» indicando un secondo punto in genere più alto del primo, e riempiendo il vuoto tra i due con un’infinità di diapositive redatte con il Power Point, dense di grafici e di affermazioni criptiche. Ma con poche indicazioni operative. Questo è il primo punto debole dello show di Matteo: un’azienda è una cosa, lo Stato è tutt’altro. È regolato da leggi e si cambia solo con quelle, meglio se scritte bene. Quelle, ieri, non c’erano. Secondo punto. «Non ci sono aumenti di tasse» lo ha scandito con pause da manuale Renzi. Non si capisce se gli hanno spiegato che l’aumento delle tasse sulle rendite finanziarie altro non è che un ulteriore balzello. Che colpisce il risparmio: santo, da proteggere e tutelare perché unico cuscinetto che ha salvato l’Italia dal baratro. Ma anche terreno minato perché chi investe soldi è una variegata gamma di soggetti che va dalla vecchina che compra bond e azioni ai grandi fondi di investimento miliardari. Quelli che quando entrano nella piazza finanziaria di un Paese stilano un quadro economico. Che in sintesi dice: investo questa cifra, pago queste tasse, la mia stima di ricavo è questa. Ora, come si possono motivare i grandi fondi a mettere soldi nel sistema Italia, se le leggi fiscali cambiano con frequenza ormai annuale? L’ultima armonizzazione delle tasse sulle rendite risale al gennaio del 2012. Adesso si cambia ancora. I gestori di grandi flussi di denaro agli Stati chiedono solo una cosa: certezza e stabilità delle regole. Renzi con le sue impalpabili slide ha introdotto solo nuova incertezza. Cosa succederà quando gli operatori capiranno che i flussi di cedole di azioni e bond, e i capital gain saranno tosati di un altro 6%? Con i mercati non si scherza. Renzi ha valutato gli impatti di una vendita improvvisa di bond o di azioni da parte di grandi fondi? E se domani gli investitori lasciassero la piazza di Milano per la certezza di quelle anglosassoni? Non siamo più l’Italia degli anni ’70, con sovranità monetaria e barriere ai capitali. Oggi le gestione dei flussi è globale. E la regola è il dominio della complessità e la visione macro dei problemi. Due elementi che le slide di Matteo non sembrano contemplare. Terzo punto. Le coperture. Il gran ballo delle cifre può illudere ma non sfugge all’analisi tecnica. Alzare il deficit dal 2,6% al 3% del pil non si annuncia, si contratta con l’Ue, sempre diffidente con la contabilità italiana. I tagli di spesa non possono essere una tombola: 3, 7, 10 miliardi. Attenzione: l’economia è precisa. Come i numeri. E con loro non ci si gioca.
No, solo chiacchiere e aumentano le tasse
di Filippo Caleri