Politica

Veneziani: «La destra si prepari al dopo Berlusconi»

«Oggi FdI è necessariamente una forza minoritaria. Ma con la fine dell’epoca del Cavaliere potrà giocare la sua partita»

«La vocazione maggioritaria di Fratelli d’Italia? Tutto è legato al dopo Berlusconi». Fino ad allora la nuova An «è destinata ad essere una forza antagonista. Ma magari è un bene». Marcello Veneziani, giornalista, editorialista, intellettuale e, soprattutto, «uomo di destra», è da sempre affascinato dal carisma di Giorgia Meloni e dal suo mondo. Ospite fisso ad Atreju, ha anche aderito al manifesto di Officina per l’Italia, cantiere ideologico attraverso il quale è stato disteso il tappeto rosso su cui accogliere l’eredità di Alleanza Nazionale. Tuttavia, da distaccato osservatore politico qual è, non si lascia inebriare dai fumi d’entusiasmo provenienti dal congresso di Fiuggi svoltosi lo scorso week-end. «Vedo che l’unica forza che si definisce espressamente di destra e che richiama un linguaggio a me familiare è Fratelli d’Italia. Ma con tutti i suoi limiti e i suoi difetti». Secondo lei, Fdi potrà sviluppare una vocazione maggioritaria o è destinata al ruolo di «Sel di destra»? «Tutto è legato a Berlusconi. Attualmente una forza di destra potrà al massimo raggiungere un’area che sarà inevitabilmente minoritaria. Ma quando avverrà la fine dell’epoca berlusconiana ci sarà una ricomposizione di tutta l’area e in quel momento, se ci sarà una destra già presente sulla piazza politica in grado di esprimere una vocazione e un’identità, allora potrà giocare la sua partita. Ma in questo momento arrivo a dire che avere una forza anche solo di pura testimonianza è meglio del nulla». C’è qualcuno nel centrodestra che rischia di scomparire? «Tutti sono a rischio, anche Fratelli d’Italia. La nuova riforma elettorale sembra essere molto selettiva. Il rischio riguarda in particolare chi pretende di andare per conto proprio, cioè senza unirsi, senza fondersi. Mi riferisco sia ai soggetti sparsi, alle schegge della destra che esistono ancora, sia a partiti come quello di Alfano, che oggettivamente non hanno una base elettorale». La contrapposizione Europa-sì, Europa-no è solo campagna elettorale o la direzione della politica del nuovo millennio? «Sicuramente le prossime elezioni europee si giocheranno su quella corda e credo che l’originalità della destra dovrebbe essere quella di rappresentare una forte polemica contro l’euro e questa Ue, ma allo stesso tempo una forte affermazione dell’Europa come civiltà. Non si tratta di negarla, ma di non amare questo tipo di Europa. Non un’Unione oppressiva nei confronti dei popoli per ragione di contabilità, bensì capace di esprimersi come soggetto politico, militare, culturale unico. L’originalità della destra dovrebbe essere questa: non antieuropeisti come i grillini o i leghisti, ma nemmeno europeisti come gli altri partiti». Ma trova davvero realistica una possibile uscita dall’euro? «È un’ipotesi che va presa in considerazione. Non so se sia fattibile e, anzi non credo. Però il discorso va fatto anche come l’ha impostato Giorgia Meloni, cioè dire all’Ue che noi possiamo rimettere in discussione l’Euro, perché non siamo soltanto dei pretoriani che devono ubbidire ai diktat: se usciamo noi, la moneta unica salta. Rimettiamo in discussione il dogma, non il principio». Renzi e Meloni: due leader diversi, ma giovani. Qual è la differenza fondamentale tra loro, a parte la posizione politica? «Credo il ruolo e la responsabilità. Uno è più pragmatico, perché a capo del Governo, l’altra ha un’impostazione da partito antagonista. Fa piacere, comunque, che loro, e ci metto dentro anche Salvini, rappresentino un bel salto generazionale». Un consiglio a Giorgia e alla nuova destra? «Non scadere nella demagogia, come sulle pensioni d’oro. Lasciamo perdere l’antipolitica di stampo grillino».

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