Politica

Nel Lazio solo in cinque elette con le preferenze

In fatto di quote rose l’Italia si conferma essere un Paese a due velocità. Se la carriera politica, infatti, resta una prerogativa maschile, nel pubblico impiego le donne arrivano in molti casi a...

In fatto di quote rose l’Italia si conferma essere un Paese a due velocità. Se la carriera politica, infatti, resta una prerogativa maschile, nel pubblico impiego le donne arrivano in molti casi a superare gli uomini. A dimostrarlo è una ricerca elaborata dal Centro Documentazione e Studi Anci-Ifel sulla base dei dati 2013 di ministero dell’Economia e delle Finanze, ministero dell’Interno, Ancitel, Senato, Camera e governo. Nel pubblico impiego la rappresentanza femminile è numericamente apprezzabile, seppur con qualche eccezione. Nelle forze armate le donne sono solo il 5,2%, nei corpi di polizia il 7,5%, nei vigili del fuoco il 5,9%. Male anche la carriera diplomatica, dove le donne rappresentano solo il 19,3%. Ma nella carriera penitenziaria rappresentano il 65,1%. Nella scuola le donne sono addirittura il 79,1%, mentre nella sanitò il 65,1%, nei ministeri il 52,9%, nelle Regioni e nelle autonomie locali il 51,4% e nelle regioni a statuto speciale il 58,7%. Maggioranza al femminile anche tra gli impiegati degli enti pubblici non economici (57,3%), nelle autorità indipendenti (53,5%), nella carriera prefettizia (55,7%) e alla Presidenza del Consiglio dei ministri (51,6%). Nelle agenzie fiscali, invece, le donne arrivano al 49,7% del totale degli impiegati, nelle università al 46,9%, in magistratura e negli enti di ricerca superano di poco il 44%, nei musei invece arrivano al 40,5%. In totale, nel pubblico impiego sono occupati 1.441.742 uomini (il 44,5%) e 1.796.732 donne (55,5%) per un totale di 3.238.474 dipendenti. In politica però le cose non vanno altrettanto bene per il gentil sesso, nonostante le donne rappresentino la metà del governo grazie alla svolta rosa del premier Matteo Renzi che nella formazione dell’esecutivo ha imposto perfetta parità: 8 ministri uomini e 8 donne. Ma nel sottogoverno le cose cambiano: su 44 tra viceministri e sottosegretari solo 9 sono donne, appena il 20%. Alla Camera, su 630 deputati, 433 sono uomini (69%) e 197 (31%), donne. Al Senato su 320 senatori (includendo quindi quelli a vita di nomina presidenziale) le donne sono 93 (29%) a fronte di 227 eletti maschi (71%). A contribuire in modo decisivo alla rappresentanza femminile in Parlamento è stato soprattutto il Pd, che ha scelto i propri candidati con le primarie puntando sulla doppia preferenza di genere. E anche nella composizione delle liste i Dem hanno cercato di garantire l’alternanza. Negli enti locali però la situazione è ben peggiore. Dove ci sono le preferenze le donne difficilmente la spuntano. Caso emblematico è la Regione Lazio. Nella scorsa legislatura con le preferenze non fu eletta neppure una donna, le uniche (tutte del centrodestra che vinse le elezioni con Renata Polverini) entrarono nel listino. Alle ultime regionali con le preferenze furono elette solo Olimpia Tarzia (Lista Storace) e le grilline Silvia Blasi, Gaia Pernarella, Silvana Denicolò e Valentina Corrado. Le altre cinque consigliere sono state elette nel listino bloccato collegato al governatore Nicola Zignaretti. Dalla Regione al Campidoglio, dove le cose sono cambiate grazie alla doppia preferenza di genere. Nel quinquennio Alemanno l’unica eletta era Gemma Azuni. Oggi sono 13 su 48. Un cas più unico che raro. Su 20 presidenti di Regione 18 sono uomini e solo 2 donne (10%), su 80 presidenti di Provincia il rapporto è 68 uomini e 12 donne (13%), su 106 sindaci di Comune capoluogo, le donne sono solo 3 e del totale dei sindaci italiani rappresentano il 12%. Nelle giunte regionali ci sono 62 donne assessori su 151 (e 146 consigliere su 1.065, il 17%). Nelle amministrazioni provinciali poi le donne sono il 16%, mentre in quelle comunali il 21%.

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