Quando si parla di emissioni nocive da parte di un’azienda la prima parola che viene in mente è tumore. Il pericolo che quelle «particelle» possano far venire il cancro a chi le respira. Una parola che fa accapponare la pelle soltanto a sentirla. E stona a sentirla pronunciare in un botta e risposta coi magistrati che indagano sui morti, per tumore, dell’Ilva di Taranto. A scandirla, a verbale il 23 dicembre 2013, è il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, che oggi rischia di essere processato per l’indagine sul disastro ambientale che sarebbe stato causato dai fumi dell’acciaieria. IL CANCRO «Quando ho ricevuto il colonnello della Finanza con l’avviso di garanzia ho sussurrato che avrei preferito avere una diagnosi di tumore piuttosto che avere quell’avviso di garanzia, perché non lo merito, perché cancella la verità storica di quello che noi abbiamo fatto dopo decenni di omertà, di complicità, di collisioni a tutti i livelli, in una città comprata dai Riva. Noi non siamo stati comprati». TOH, BERLUSCONI Il presidente della Regione ha infatti risposto alle domande del pm che indaga anche su altre 50 persone e su tre società e, parlando appunto di omertà nel corso dell’interrogtorio, ha anche puntato il dito contro il Cavaliere. «Chi ha giocato un atteggiamento collusivo con Riva è il governo Berlusconi che sposta di due anni i limiti...dal 13 agosto è vigente un decreto del governo che annulla la nostra legge sul benzoapirene». ARPA. CHE SUONO Si difende il governatore di fronte agli inquirenti, ricostruisce ciò che ha portato avanti negli anni per risolvere la questione Ilva. Il leader di Sel, però, secondo la procura di Taranto, in qualità di presidente della Regione, «mediante minaccia esplicita della mancata riconferma nell’incarico ricoperto, constringeva Giorgio Assennato, (direttore di Arpa Puglia con incarico in scadenza), di "ammorbidire" la posizione di Arpa nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’impianto siderurgico dell’Ilva spa - si legge nel capo imputazione - e a dare quindi utilità a quest’ultima, consistente nella possibilità di proseguire l’attività produttiva ai massimi livelli». Nel suo interrogatorio Vendola sostiene che «Arpa comincia una vera e propria cavalcata di assedio nei confronti della fabbrica...ho convocato due dirigenti e gli ho detto: "Allacciatevi le cinture di sicurezza perché ora decolliamo. Noi ora dobbiamo fare il salto"». I RAPPORTI CON I RIVA Poi Vendola di fronte al magistrato parla della fabbrica e dei rapporti con la famiglia Riva. «Ero contrario alla chiusura della fabbrica con il referendum, per me la forza della battaglia di ambientalizzazione passa per la difesa anche della fabbrica. Sono io, caro Riva, il tuo migliore alleato nella difesa della fabbrica, ma la condizione è che tu la rivolti come un calzino perché questa fabbrica va male». E ancora: «Ero molto interessato da Emilio Riva. Sapere come era fatto, come ragionava, cioè io i padroni li avevo visti solo da questa parte dei cancelli delle fabbriche (...) Il mio obiettivo era raggiungere un risultato sia sul tema dei (ndr, lavoratori) stabilizzati sia del benzoapirene. La corda si stringe intorno al loro collo di giorno in giorno». LA LEGGE CONCORDATA «La legge viene subita dall’Ilva. Ho costruito una legge, assolutamente osteggiata dall’azienda. Ho chiesto tre mesi di tempo in più sull’abbattimento delle diossine e dei furani perché così ci dicono i tecnici, diavolerie di cui io non capisco nulla. Tre mesi di tempo in più non sono un atteggiamento dilatorio non sono uno svuotamento della norma». E SPUNTA SCHWARZENEGGER Il governatore pugliese, nell’interrogatorio, cerca anche di spiegare che il suo operato è sempre stato onesto: «Il gusto di sfidare Riva le sembra poco? Perché avrei dovuto piegarmi? Per quale ragione? Quale beneficio? Io giro il mondo come leader ambientalista, sono stato ricevuto dal senatore Kerry e da Schwarzenegger come leader di una posizione ambientalista, perché dovevo?». Vendola poi torna a parlare di cancro. «Poi alla fine, come se non bastasse, anche colpirmi nel sentimento di umanità rappresentandomi come uno che ride dei tumori. Insomma, capisce bene che il combinato disposto di questi elementi non è una grana giudiziaria per me, è essere spellato vivo, essere mutilato della cosa più importante che ho, la reputazione. Per cui, anche dovermi difendere è motivo di una certa vergogna, perché difendersi da accuse così infamanti è da vergogna». A distanza di poco più di due mesi da queste parole ecco arrivare la richiesta di rinvio a giudizio.
Vendola: «Meglio un tumore dell’avviso di garanzia»
I verbali dell'interrogatorio del presidente della Regione Puglia che rischia di essere processato per l’indagine sul disastro ambientale che sarebbe stato causato dai fumi dell’Ilva
