«Il governo non ha intenzione di chiedere le dimissioni di sottosegretari sulla base di un semplice avviso di garanzia». Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme e «fedelissima» del premier Matteo Renzi, prova a mettere la parola fine sulla querelle che sta travolgendo la compagine di governo dopo l’esplosione del caso Gentile, dimessosi per le presunte pressioni per evitare l’uscita del quotidiano L’Ora della Calabria . Sul banco degli imputati, stavolta, erano finiti tre sottosegretari e un viceministro, tutti del Partito Democratico, indagati a vario titolo in quattro diversi procedimenti giudiziari. L’intervento della Boschi è arrivato in seguito a un’interrogazione del MoVimento 5 Stelle sulle intenzioni del governo riguardo alla nomina di Francesca Barracciu a sottosegretario ai Beni culturali. La Barracciu, infatti, solo pochi mesi fa era stata convinta dal segretario Matteo Renzi - allora non ancora presidente del Consiglio - ad abbandonare la corsa alla Presidenza della Regione Sardegna. Alla base del pressing motivi di «opportunità», considerata l’indagine per peculato aggravato - ancora alle fasi preliminari - che pende sull’esponente sarda dei Democratici. Semplificando, l’ipotesi dell’accusa è che la Barracciu abbia fatto una «cresta» di 33mila euro sulle note spese. «Noi tutti abbiamo giurato sulla Costituzione e sappiamo che uno dei principi fondamentali è la presunzione di innocenza» ha spiegato il ministro Boschi, aggiungendo che «l’avviso di garanzia è un atto dovuto posto a tutela di ogni cittadino e di ogni indagato per esercitare i diritti di difesa, non è un’anticipazione di condanna». «All’esito del procedimento - ha concluso - il governo valuterà se suggerire le dimissioni del sottosegretario». Una presa di posizione «garantista» che sarebbe pienamente giustificabile se non fosse che con il sottosegretario alle Infrastrutture Antonio Gentile è stato usato un metro totalmente diverso. Pur in assenza di una presa di posizione ufficiale, è noto il pressing del premier su Angelino Alfano per «convincere» Gentile a lasciare l’incarico. Non è un caso se lo stesso Alfano, interrogato sulla questione, si sia limitato a rispondere con un caustico «rispettiamo le scelte del Pd». Il caso Barracciu non è l’unico a infiammare il dibattito. Sono altri tre, infatti, gli esponenti del governo alle prese con alcune grane giudiziarie. Il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, indagato per peculato, il sottosegretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso de Caro, indagato per peculato, il viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico, indagato per abuso di ufficio. Per tutti loro il MoVimento 5 Stelle ha presentato al Senato delle mozioni di sfiducia che andranno discusse nelle prossime settimane e che potrebbero creare più di qualche grattacapo al governo. Nello stesso Pd, infatti, si sta manifestando il malumore per le quattro nomine. A dare voce a tutte le perplessità è la senatrice Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia. La Bindi, ha invitato il partito ad «avviare una riflessione» alla luce delle dimissioni di Gentile e ha svelato il timore che siano stati «usati due pesi e due misure: per alcuni reati c’è chi non è stato candidato, e chi invece siede al governo». A difesa dei sottosegretari, invece, si schiera l’ex presidente dell’Assemblea Pd Gianni Cuperlo, che sprona il partito a «recuperare la sua cultura garantista». Cultura che, però, non è stata applicata in passato quando le vicende giudiziarie hanno visto protagonisti esponenti degli altri partiti. Silvio Berlusconi in primis. Un punto di vista inedito viene invece palesato dalla costituzionalista Lorenza Caldassare. Che, oltre a essere membro del Consiglio di presidenza di Libertà e Giustizia ha fatto anche parte del comitato dei saggi nominato da Napolitano all’inizio del governo Letta. Ed è proprio sul ruolo di Napolitano che la Caldassare punta la sua analisi. «Sarebbe stato forse opportuno - scrive in un editoriale sul sito di Libertà e Giustizia - che il Capo dello Stato, superando ogni legittima preoccupazione per i delicati equilibri politici, avesse mosso obiezione prima di apporre la sua firma (alla nomina dei sottosegretari, ndr): l’esistenza dell’art. 54 l’avrebbe giustificato». L’articolo 54, in particolare, prevede che «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». In realtà, i sottosegretari non sono nominati direttamente dal Capo dello Stato. Ma Napolitano avrebbe potuto ugualmente far valere la sua «moral suasio» con il premier per evitare questi imbarazzi al governo. Ci sarebbe anche un precedente, risalente al primo governo Berlusconi e al veto di Scalfaro alla nomina di Cesare Previti a ministro della Giustizia. Ma in quel caso l’esecutivo era di centrodestra. E i moralisti a «targhe alterne» poterono festeggiare.
Gli indagati Pd sono più uguali degli altri
La Boschi difende i quattro sottosegretari: «No dimissioni per avvisi di garanzia» Ma il partito si spacca. Bindi all’attacco: «Hanno usato due pesi e due misure»
