Politica

Passaporto ritirato. Cav agli arresti in Italia

Negata a Berlusconi la deroga per partecipare al Congresso Ppe a Dublino «È solo l’inizio, rifiuteranno anche l’affidamento in prova ai servizi sociali»

Due «schiaffi» in un giorno solo. Con il timore che, nel giro di poco più di un mese, possa arrivare anche il terzo. È stata una giornata complicata quella vissuta da Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Non bastasse l’ultimatum piovuto dal premier Matteo Renzi sulla legge elettorale, in tarda mattinata è arrivata anche la notizia del «no» dei giudici di Milano alla trasferta a Dublino per partecipare ai lavori del congresso del Ppe che si terranno oggi e domani. Al Cav, privato del passaporto a causa della condanna a quattro anni - condonati a tre grazie all’indulto - per frode fiscale, sarebbe servita una deroga del Tribunale meneghino. Che però ha ribadito la sua contrarietà, facendo filtrare la giustificazione che «già in passato per casi simili è stata adottatata questa decisione». Ciononostante, la notizia è stata accolta con molto rammarico da Berlusconi. Un po’ perché il Cavaliere ritiene di non rappresentare un caso normale. «Sono il leader del secondo gruppo più numeroso del Ppe a Strasburgo - ha ragionato con i suoi - è assurdo impedirmi di partecipare al congresso». Ma a irritare l’ex premier è soprattutto il sospetto che questa mossa rappresenti una sorta di anticipazione di quanto accadrà il prossimo 10 aprile, quando il tribunale di sorveglianza di Milano dovrà decidere se accettare o meno la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali fatta dai legali del Cav. «Hanno già deciso di mandarmi ai domiciliari, così sperano di liberarsi di me per una decina di mesi» avrebbe confidato Berlusconi agli uomini più vicini. Pur sapendo che una circostanza del genere potrebbe costituire un ulteriore volano nella campagna elettorale per le Europee che si terranno a fine maggio. In ogni caso, anche le cattive notizie sul fronte giudiziario hanno in parte contribuito alla decisione di «cedere» a Renzi sulla legge elettorale. Il timore di scendere dal treno delle riforme, tornando nel cono d’ombra a cui l’aveva relegato la decadenza dal Senato, è stato determinante. Insieme a quello di essere additato, «dalla stampa di sinistra, come quello che ha sabotato ancora una volta gli accordi per far saltare provvedimenti che sono nell’interesse del Paese». Meglio, invece, recitare ancora una volta la parte dell’opposizione «responsabile», anche per il timore che un’uscita dalla maggioranza sulle riforme permetterebbe a Renzi e Alfano di cucinarsi una legge elettorale completamente ritagliata sulle loro esigenze e punitiva nei confronti di Forza Italia. Così, almeno, è stato spiegato ai big del partito che hanno ascoltato piuttosto sorpresi le ragioni del cambio di rotta. Ciononostante, nel lungo comunicato con il quale Berlusconi ha reso noto il nuovo accordo trovato con il premier, sono spuntate anche delle critiche piuttosto pesanti nei confronti del «rottamatore». Il Cavaliere non ha mancato di sottolineare la delusione per l’incapacità di Renzi di «tenere a bada» la sua maggioranza e il suo stesso partito. Se proprio resa ci deve essere, insomma, non sarà incondizionata. E, come ha ribadito anche ieri Giovanni Toti, «il credito nei confronti del presidente del Consiglio si sta rapidamente esaurendo». Concetto che è stato vergato anche dal Cavaliere quando ha accennato al «governo di sinistra che pensa solo alle tasse». Un messaggio, neanche a dirlo, indirizzato soprattutto all’ex delfino Alfano.

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