Il copione è quello già visto tante volte: l’aula semivuota per tutto il corso del dibattito, anche se il tema era il messaggio di Giorgio Napolitano su giustizia e carceri e risaliva al 7 ottobre scorso. Poi un po’ di deputati che affluiscono giusto per votare la mozione della relatrice di maggioranza, la deputata Donatella Ferranti del Pd, presidente della commissione giustizia alla Camera ed ex magistrato. Così si liquida la pratica ingombrante e chi s’è visto, s’è visto. Tanto non saranno costoro a risolvere i problemi dell’Italia con la Corte europea dei diritti dell’uomo. Nè forse lo vorrebbero pure se potessero. In questa maniera nel primo pomeriggio l’aula della Camera ha approvato, con i voti dei deputati della maggioranza e di Sel, la mozione sulle carceri messa a punto dalla commissione Giustizia a seguito del messaggio inviato alla Camere in materia dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Alla fine i voti a favore sono stati 305, i contrari 107. Gli altri duecento e passa deputati che farebbero parte del consesso di Montecitorio non c’erano neppure al momento del voto. Quindi il progetto costituzionale del Pdl di ridurre il numero a 400 si dimostra una volta di più quello giusto. Se mai fosse stato approvato a suo tempo dagli elettori nel referendum confermativo. Per il resto il dibattito si è svolto sulla consueta falsa riga dei vasi non comunicanti: da una parte i forcaioli di destra e di sinistra, sempre pronti a usare queste situazioni per curare il proprio bacino elettorale (in ispecie Cinque stelle e Lega) dall’altra i pochi garantisti trasversali ai due schieramenti, tra i quali merita una particolare menzione Fabrizio Cicchitto del Nuovo centro destra che ha detto una cosa sacrosanta: «Come mai ci sentiamo vincolati ai dettati e ai dettami europei solo in materia economica ma quando ci danno un ultimatum sui diritti umani dei detenuti facciamo finta di niente?» Quasi tutti hanno cercato di dare la colpa a chi ha creato questa atmosfera di invivibilità carceraria e di imbarbarimento della giustizia con le tantissime leggi emergenziali e gli ormai innumerevoli pacchetti sicurezza. Di destra e di sinistra. Particolarmente evocata la legge Fini-Giovanardi, che ora che è stata dichiarata incostituzionale lascia aperti interrogativi e tanti ricorsi incidentali in Cassazione per il ricalcolo della pena di quasi diecimila persone. L’unica sorpresa nella mozione finale e soprattutto nell’intervento in aula di Danilo Leva, ex responsabile giustizia del Pd, è venuta da questa ambigua apertura a provvedimenti di clemenza. Che sembra essere avvenuta a insaputa di Matteo Renzi e forse mediante la sapiente «moral suasion» di Napolitano. Il cui discorso in realtà non è stato dibattuto in quanto tale. Ma come rielaborazione riveduta e scorretta operata proprio dalla Ferranti in Commissione giustizia. Cosa che poi aveva suscitato le ire dei radicali, a cominciare da Marco Pannella e Rita Bernardini. Senza il cui pressing la calendarizzazione del dibattito non sarebbe forse mai avvenuta. E che aveva detto in aula Leva? Riferendosi allo svuota carceri, alle riforme sulla custodia cautelare in itinere e persino ai braccialetti elettronici, aveva affermato che «..siamo sicuramente sulla buona strada e abbiamo compiuto metà del nostro cammino...» Poi una domanda retorica inattesa: «Ma tutto questo è sufficiente? Tutto questo è sufficiente ad allineare alla data del 28 maggio, tra meno di due mesi, i nostri istituti di pena agli standard europei? È sufficiente ad allineare i nostri istituti di pena alle indicazioni contenute nella sentenza Torreggiani? Siamo sinceri fino in fondo, io credo di no...» Con un simile auto assist il discorso non poteva che prendere la piega tanto perorata da Napolitano: «E, allora, perché non discutere del ricorso ad un provvedimento straordinario di clemenza?» Erano le 11 passate di ieri mattina quando con questo periodo, messo in coda al proprio intervento in aula, l’ex responsabile del Pd del settore giustizia, Danilo Leva, apriva a indulto e amnistia, proprio come richiesto nel messaggio originale di Giorgio Napolitano alle camere dello scorso 7 ottobre. Si badi bene che Leva è lo stesso che all’indomani del messaggio di Napolitano si affrettò a dichiarare alle agenzie che lui era contrarissimo a provvedimenti di clemenza. Le scuole di pensiero su questo mini colpo di scena sono due, non necessariamente incompatibili: la prima sostiene che all’epoca Leva volesse accreditarsi con Renzi che poi gli ha preferito Alessia Morani e quindi oggi è partito lo sgambetto. La seconda ha a che fare con la suddetta «opera di persuasione» quirinalizia. Innescata anche dalla scelta operata dalla Camera di discutere non esattamente il messaggio alle camere di Napolitano ma la sua rielaborazione filtrata, riveduta e scorretta, escogitata nelle scorse settimane dalla Commissione giustizia. Dulcis in fundo, nel quadro surreale di un dibattito scomodo svoltosi per ore in un’aula semivuota o quasi, Donatella Ferranti, presidente di suddetta commissione, ha compiuto anche un’indimenticabile gaffe logico-semantica. Durante la propria esposizione infatti, parlando di ciò che attenderebbe l’Italia dopo il 28 maggio, quando la Corte europea dei diritti dell’uomo potrebbe emanare sentenze esemplari raffica per ciascuno dei 3 mila ricorsi pendenti da parte di detenuti che vivono in galera come le bestie, ha detto che «in teoria ciascuno dei 20 mila carcerati in eccesso oltre i 43 mila della capienza regolamentare potrebbe fare causa in Europa». Rita Bernardini che fuori da Montecitorio stava in presidio con altri militanti radicali è sobbalzata dalle risa: «perchè solo i 20 mila in eccesso e gli altri?» Già, e poi come si fa a sapere chi è in eccesso rispetto a chi? Vige forse la regola del «chi tardi arriva male alloggia»? O quella che «chi per primo si alza si veste»?
Le carceri scoppiano ma l’aula è deserta
La Camera dopo un dibattito «per pochi intimi» approva la mozione Intanto alla Corte europea pendono tremila ricorsi di detenuti
