Finora il mantra è stato «wait and see». Anche se le prime mosse del governo Renzi - dalla distribuzione dei sottosegretariati in pieno stile manuale Cencelli al rincaro della Tasi - non spingono all’ottimismo. Ma per Silvio Berlusconi il primo vero grande banco di prova per il governo appena insediatosi sarà quello che prenderà il via nei prossimi giorni. E che, paradossalmente, più che riguardare l’esecutivo metterà in gioco la maggioranza che lo sostiene. Da martedì, infatti, arriva alla Camera l’Italicum. E sulla sua strada troverà subito l’ormai famigerato emendamento Lauricella. Quella modifica, cioè, che permetterebbe alla nuova legge elettorale di entrare in vigore, pur approvata, solo dopo l’abolizione del Senato. A Montecitorio non si è ancora stabilito se sul punto si dovrà votare in maniera segreta o palese. Se alla fine passasse la prima ipotesi, il rischio che sia approvato da un’ampia maggioranza - che oltre a centristi e alfaniani potrebbe comprendere anche i lettiani del Pd - sarebbe concreto. E con ciò avverebbe ciò che sia Renzi sia il Cav vogliono a tutti i costi evitare. Insomma, l’esecutivo appena nato comincerebbe subito a traballare. E non è un caso se Berlusconi, dopo aver assistito alle difficilissime trattative per la squadra di governo, si stia persuadendo sempre di più dell’impossibilità per il premier di realizzare l’ambizioso programma di riforme promesso. Sensazioni che il leader di Forza Italia non ha nascosto ai suoi. E che ha esplicitato ancora meglio ai militanti che hanno ascoltato il suo intervento telefonico all’inaugurazione di un Club Forza Silvio nel novarese. «Dobbiamo dare al nostro Paese un governo vero, sostenuto da una maggioranza vera in Parlamento, perché solo con una maggioranza di Forza Italia avremo la forza per cambiare l’assetto istituzionale del nostro Paese». Come dire: la nostra fedeltà al pacchetto di riforme concordato con Renzi non è in discussione. Ma sarà lui a non essere in grado di mantenere gli impegni presi. Non per colpa diretta, ma a causa di quei «partitini» contro i quali il Cav è tornato ancora una volta a scagliarsi. Che il patto di non belligeranza con il premier sia stato, se non cancellato, perlomeno «ammorbidito», lo confermano le parole di Giovanni Toti, tra i forzisti più moderati e attualmente uno dei più fedeli interpreti del pensiero berlusconiano. «Jobs act presentato alla Cancelliera Merkel, tasse sulla casa, pasticcio Salva Roma. Ma a Palazzo Chigi è cambiato qualcosa o è cambiato solo l’inquilino?» è il caustico tweet dell’ex direttore del Tg4. Il caso (?) ha voluto poi che nello stesso giorno in cui Renzi celebrava l’adesione del Pd al Partito Socialista Europeo accanto a Martin Schulz, il Cavaliere desse il via alla campagna elettorale per Strasburgo con un durissimo attacco alla sinistra continentale: «La sinistra - ha scritto in un messaggio indirizzato ai giovani del Ppe - confonde la vera solidarietà con l’assistenzialismo, trasformando gli individui in sudditi». Toni duri che si sono attirati le critiche di alcuni esponenti del Pd, ma sostanzialmente inviano un messaggio ben preciso: il Cav vuole cominciare a tenere sempre più distinte le strade di Forza Italia e dell’esecutivo. Un po’ come accadde con la sfiducia a Monti a pochi mesi delle urne. Perché anche stavolta, sospetta Berlusconi, le elezioni non sono così lontane.
Silvio molla Renzi: serve un governo vero
Berlusconi stuzzica il premier alla vigilia della settimana cruciale per l’Italicum «Riforme impossibili con questa maggioranza». Poi lancia la campagna per Strasburgo
