Politica

La marcia sulla Capitale non è roba da leghisti

di Massimiliano LenziLa Lega ce l'avrà avuto anche duro ma per favore non parli della Marcia su Roma. In un paese ipocrita e spesso pigro come il nostro, la rivoluzione di Benito Mussolini del 28...

La Lega ce l'avrà avuto anche duro ma per favore non parli della Marcia su Roma. In un paese ipocrita e spesso pigro come il nostro, la rivoluzione di Benito Mussolini del 28 ottobre del 1922 non è ripetibile, figuriamoci da persone che arrivano da Varese, Bergamo, le valli del nord e chi più ne ha più ne metta. Ed arrivano con il sogno di incendiare - metaforicamente - la Capitale. Il fatto è che quando Matteo Salvini e gli altri lumbard si arrabbiano per il decreto salva Roma, beh avranno pure le loro ragioni ma non possono e non devono scadere nel luogo comune di chi sta sopra geograficamente. La calligrafia non sarà mai una via di uscita ai problemi dell'Italia ed il nord, in fondo, è un luogo metafisico, interessante e produttivo, ma poi l'identità italiana sta a Roma. Sta lì, racchiusa nel passato onnipotente dell'Impero, nella vita lasciva della sua decadenza, nella ferita dei barbari calati sull'Italia, nel Papa e nel Vaticano, nello Stato Pontificio e nel sogno risorgimentale di Giuseppe Garibaldi e del suo grido, "O Roma o morte". Scendendo a Roma la Lega, eletta dai cittadini e con i suoi parlamentari, ha perso identità. Perché, vien da chiedersi? Perché erano tutti i carrocciai (dal simbolo leghista del Carroccio) dei buoni a nulla o perché invece Roma incarna una rappresentazione identitaria, di patria, di Stato, di riscatto? La risposta è facile, basta andare a ritroso: la capitale d'Italia l'hanno messa a Torino, a Firenze ma finché non è arrivata a Roma il Paese, ha avuto la percezione di un popolo castrato, come una Francia senza Parigi. I laghi, di Como, del Garda, il Maggiore, saranno pure divertenti d'estate o per un declino da Salò ma non saranno mai esaustivi. Per questo i leghisti, che possono criticare il Governo, il Sud, devono fermarsi davanti alla realtà della storia. La marcia su Roma rappresenta l'unica rivoluzione italiana, il motivo per cui Lenin ammirava Mussolini, un cambio di potere violento ma non ridicolizzabile. Si può pensare il peggio che si vuole della marcia su Roma ma farci sopra una polenta politica, campanilista e provinciale, quello no. Mussolini, nel bene e nel male, sta lì, raccontato dai biografi, dagli storiografi. Il Bossi un po' meno. E questo già la dice lunga sul diverso peso di due diverse biografie politiche. Ha scritto Curzio Malaparte: «Non si può fare il ritratto di Mussolini senza fare il ritratto del popolo italiano. Le sue qualità e i suoi difetti non gli sono propri: sono le qualità e i difetti di tutti gli italiani. Il dir male di Mussolini è legittimo: ma è un dir male del popolo italiano». E con tutto il rispetto, le valli bergamasche ed il nord sono un'altra storia. Con (o senza) marce.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.