Politica

Il caso Lanzetta, ministro anti-’ndrangheta per un equivoco

Luca Rocca Sull’ex «sindaco antimafia» Maria Carmela Lanzetta, neo ministro degli Affari regionali indagata per abuso d’ufficio e per la quale la procura di Locri ha chiesto l’archiviazione, dubbi...

Sull’ex «sindaco antimafia» Maria Carmela Lanzetta, neo ministro degli Affari regionali indagata per abuso d’ufficio e per la quale la procura di Locri ha chiesto l’archiviazione, dubbi e interrogativi si fanno sempre più fitti. Quella particolare «patente» di paladina della lotta alla mafia non gli è stata attribuita solo dopo gli spari alla sua auto (si è scoperto che a sparare fu un ragazzo di 18 anni per motivi che molto probabilmente nulla hanno a che fare con la ’ndrangheta) o dopo l’incendio alla sua farmacia (su cui non è stata fatta luce ma che probabilmente è da ricondurre a motivi che con la ’ndrangheta hanno ben poco a che fare), ma soprattutto nel momento in cui si è dimessa da sindaco, nel luglio 2013. Le dimissioni, disse e si scrisse, scaturirono dal voto contrario del suo assessore al Personale, Clelia Raspa, alla proposta di costituzione di parte civile del Comune in un processo contro la ’ndrangheta. Ma le cose non stanno così. Il 16 aprile 2013 la Giunta si costituisce contro il solo tecnico comunale, Vito Micelotta, che in quel momento è accusato di abuso d’ufficio e falso ideologico, ma non di mafia. Quel capo d’imputazione, infatti, per il quale verrà anche arrestato, è caduto un anno prima. A quel voto in Giunta sono assenti sia l’assessore Raspa che il vicesindaco Francesco Antonio Siciliano, genero di Vincenzo Ruga, condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Il 4 luglio 2013, invece, la Giunta si costituisce anche contro i tre imprenditori indagati con Micelotta per gli stessi reati. Anche in questo caso non c’è nessuna accusa di mafia. Uno dei tre imprenditori, Mauro Ruga, è sì figlio del boss, condannato, Antonio Benito Ruga, ma è un procuratore sportivo e avvocato incensurato. Quel giorno, in Giunta, l’assessore Raspa vota contro, il vicesindaco a favore. La Lanzetta, dunque, che non si dimette quando in Giunta il voto avviene in assenza dell’assessore Raspa e del vicesindaco, lo fa invece dopo, quando l’assessore vota contro e il suo vice, genero del boss, si schiera invece con lei votando sì. In entrambi i casi la costituzione di parte civile non ha a che fare con procedimenti per mafia. L’assessore Raspa, inoltre, medico di famiglia della stessa Lanzetta, come candidato è stato determinante per la sua vittoria. La Lanzetta, infatti, vince con soli 50 voti di scarto e Raspa ottiene 180 preferenze. C’è dell’altro. Per Micelota, accusato di falso ideologico, viene chiesto il rinvio a giudizio. L’accusa è di aver attestato, allo scopo di ottenere un finanziamento di soli 14mila euro dalla Cassa depositi e prestiti, che alcuni lavori sono stati eseguiti nel marzo del 2009 quando invece, come ammesso dallo stesso tecnico, la loro realizzazione è datata giugno 2008. Circostanza identica, secondo quanto denunciato dai quattro consiglieri comunali del Partito democratico, a quella in cui si è venuta a trovare la Lanzetta, ma per una cifra ben superiore, 230mila euro, sempre al fine di ottenere un mutuo dalla Cdp. Per lei, però, è stata chiesta l’archiviazione.

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