Una giornata di «guerra» quella del sindaco di Roma Capitale Ignazio Marino, all’indomani del ritiro da parte del Governo del decreto Salva Roma e alla vigilia del nuovo provvedimento che il Consiglio dei ministri si appresterebbe a votare oggi stesso. Dalle radio alle televisioni, il primo cittadino lancia ultimatum a tutto tondo, alzando (anche troppo come il suo stesso partito rimprovera) i toni non più del dibattito ma dello scontro. E sì, perché Roma senza (i suoi) soldi non ce la può fare. Dopo due anni di mancati trasferimenti statali per il trasporto pubblico, un piano di rientro nel quale non solo sono finiti oltre quattrocento milioni "cash" ma continuano a fluire gli introiti di una parte dell’aliquota Irpef dei romani, aziende partecipate sull’orlo del fallimento, amministrare diventa talmente impossibile da rendere praticamente certo il default. Una realtà ben chiara al primo cittadino (così come a tutti i suoi predecessori) che spara a zero senza se e senza ma, fino all’ultimatum: «Da domenica blocco la città, quindi le persone dovranno attrezzarsi. Fortunati i politici che hanno le auto blu, che potranno continuare a girare, i romani non potranno girare fin quando la politica non si sveglia - ha detto Marino - non chiedo soldi ma strumenti legislativi, per risanare. Sono veramente arrabbiato, anche i romani sono arrabbiati e hanno ragione, dovrebbero inseguire la politica con i forconi, qui bisogna ancora pagare i terreni espropriati nel 1957 per costruire il Villaggio Olimpico, ma si può continuare a governare così la Capitale? Non è più il periodo delle chiacchiere, è il periodo dei fatti. I soldi che sono in quello che la stampa chiama Salva Roma - prosegue - sono tasse dei romani che devono essere restituite ai romani e che stanno pagando, non ce li hanno ridati e il governo italiano ce li deve ridare, restituire a Roma ciò che è di Roma, stiamo pagando il debito di soldi dissipati negli ultimi 50 anni». E se sulle dimissioni il sindaco ribadisce di non voler mettere la faccia «su un disastro annunciato» e che se dovesse arrivare un commissario dovrebbe «mandare a casa il 50% del personale, ciè 12.5000 persone del Comune di Roma, dovrebbe licenziare almeno il 50% di quello dell’Ama, quindi altre 4.000 persone, dovrebbe vendere l’Atac a dei privati dando ad essi il potere di mandare via il 50% del personale amministrativo». Un "dramma" economico insomma con una trama politica sempre più fitta. E un rapporto tra il sindaco e il suo partito che vacilla anche in un momento come questo. «Visembra normale che quel decreto (il Salva Roma ndr ) sia rimasto fermo 42 giorni in commissione bilancio al Senato? - chiede Marino durante un’intervista tv - io, se mi metto a studiare, in 42 giorni mi laureo in fisica...». Una stoccata che, insieme ai forconi e al "blocco tutto" scalda gli animi, dentro e fuori il partito. L’allarme comunque dovrebbe rientrare oggi stesso. «Matteo Renzi mi ha assicurato che stanno lavorando in queste ore nella direzione di un decreto legge - ha detto ancora Marino - il premier è una persona seria, con una grande conoscenza di questi temi, e sono sicuro che quello che mi ha detto è vero e quindi se come il presidente del Consiglio ha affermato domani (oggi ndr ) avremo un nuovo decreto varato dal Consiglio dei ministri, esso sarà immediatamente operativo. Renzi mi ha rassicurato sul fatto che egli stesso è al lavoro con Graziano Delrio per risolvere questo problema: io non voglio una soluzione temporanea o qualche danaro per riparare qualche buca, ma soluzioni strutturali che permettano a Roma di svolgere il proprio ruolo di Capitale d’Italia». Probabile dunque che oggi arrivi un provvedimento più strutturato rispetto a un semplice decreto in cui si mettano dei paletti al risanamento strutturale dei conti capitolini, soprattutto per le partecipate. La vittoria, se vittoria sarà, riguarderà una brutta battaglia ma non certamente la guerra.
La furia di Marino tra ultimatum e forconi
Il primo cittadino invita alla mobilitazione e minaccia di «fermare» la città
