La «nebbia» s’è diradata intorno alla procura di Roma. Finiti i tempi «bui» a piazzale Clodio, quelli in cui le indagini capaci di far tremare «i palazzi del potere» si arenavano in secche impenetrabili, da un po’ di tempo a Roma non ci sono più intoccabili. Più precisamente da due anni, da quando a guidare i pm capitolini è arrivato Giuseppe Pignatone, magistrato refrattario alle «luci della ribalta», convinto assertore della necessità di un’azione penale finalizzata a portare a casa più condanne certe e meno iniziative mediatiche-spot destinate a crollare dinanzi al gip o in dibattimento. Un magistrato circondato da collaboratori fedeli che negli anni lo hanno seguito supportandolo in inchieste celebri e arresti eccellenti, come quello del capo mafia latitante per una vita, Bernardo Provenzano. Un pm riservato, distante anni luce, per dire, dalle «esigenze politiche» di quell’Antonio Ingroia col quale in più occasioni divise il lavoro alla procura di Palermo. Da un paio d’anni, dunque, da piazzale Clodio ha preso il via il «valzer» delle inchieste che scottano su temi solo sfiorati in precedenza. Quella dell’ex comandante dei vigili, Giuliani, è solo l’ultima della serie. Poi ci sono le indagini choc sulla criminalità organizzata di stampo mafioso, camorristico e ndranghetista, trapiantata sul litorale, e per anni sottovalutata - quanto a estensione del fenomeno - da altre autorità giudiziarie. Eppoi la corruzione politica, la sanità laziale e i rifiuti, la prostituzione minorile, la mafia cinese e nigeriana, e soprattutto la banca vaticana. Al suo arrivo sul tavolo si ritrova, e cavalca, l’inchiesta sul tesoriere della Margherita Luigi Lusi, accusato di essersi appropriato di molti milioni della Margherita e per il quale sono stati chiesti sette anni e mezzo di carcere. Anche l’inchiesta per riciclaggio di somme di danaro sui conti dello Ior fa parte dell’elenco. La procura di Pignatone affonda le unghie anche sugli appalti Enav. E ancora, l’indagine sui lavori della metro C di Roma o sulla ricerca di siti alternativi alla discarica di Malagrotta, poco prima dell’arresto dell’«ottavo Re di Roma», Manlio Cerroni. Da quello che una volta era noto come «Porto delle Nebbie» arrivano anche richieste di archiviazione dell’inchiesta Minzolini. Senza scordare l’inchiesta su Gianfranco Lande, il Madoff dei Parioli. E ancora l’indagine sull’Istituto dermopatico dell’Immacolata per irregolarità finanziarie. Poi i filoni «politici» con il peculato contestato a Franco Fiorito, ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio, o ai reati di cui si sarebbe reso responsabile l’ex tesoriere dell’Idv, Maruccio. Da piazzale Clodio parte l’accusa al «pataccaro» Massimo Ciancimino di volersi intascare cento milioni dal tesoro del papà Vito, ex sindaco mafioso di Palermo. E ancora, l’inchiesta per finanziamento illecito a carico dell’ex governatrice Renata Polverini e Alemanno. E poi Monte dei Paschi di Siena, la bancarotta per la Rizzoli e tantissimo altro. E se c’è qualcuno che accusa gratuitamente i vertici dello Stato, com’è accaduto, Pignatone se ne accorge e lo indaga per calunnia. Come faceva un certo Giovanni Falcone. Ma c’è tanto altro che bolle nel pentolone della sua procura. Presto potrebbero tornare alla ribalta i vigili urbani della Capitale. C’è un filone sulle presunte mazzette per le licenze delle attività commerciali nel cuore di Roma. Impossibile saperne di più. Quel che è certo è che l’inchiesta farà rumore, tanto rumore.
Si dirada la nebbia nel porto dei pm
Il filone sui «pizzardoni» è l’ultimo capitolo della nuova gestione Pignatone Dalla mafia a Roma allo Ior, dagli appalti ai rifiuti: non ci sono più intoccabili
