Con 378 sì e 220 no della Camera (un voto favorevole in meno rispetto a quelli ottenuti da Enrico Letta lo scorso 11 dicembre, dopo l’uscita dalla maggioranza di Forza Italia, e ben 8 voti contrari in più) e nessun applauso da parte di un’Assemblea semideserta che invece poche ore prima si era spellata le mani per Pier Luigi Bersani e Enrico Letta, nasce ufficialmente il governo di Matteo Renzi, il 63esimo della Repubblica italiana. Il presidente del Consiglio, incassata la fiducia del Senato, è «costretto» ad un’altra lunga giornata nel Palazzo. «Mi ero preparato una replica puntuale su tutti gli interventi» esordisce dopo aver ascoltato - più o meno attentamente - le parole di oltre 57 deputati, ma si lascia subito distrarre da quel «senso di stupore vero, di vertigine, bellezza, e intensità» provato entrando per la prima volta nell’aula di Montecitorio. Il messaggio è sempre lo stesso e ha i toni di un ultimatum: «Abbiamo un’unica chance: prendere ora, qui e adesso l’occasione della timida ripresa che si sta affacciando, per fare l’unica cosa che possiamo fare: cambiare profondamente il nostro Paese». A parlare, per dirla con Stefano Fassina (che vota la fiducia ma assicura che non sarà «una cambiale in bianco») è ancora una volta «l’uomo solo al comando». «La mia generazione non ha più alibi», ripete. È il governo, insiste, a non averne più. Avendo ancora nelle orecchie le facili ironie dei parlamentari del M5S che per tutto il giorno leggono e rileggono le dichiarazioni di fedeltà del segretario del Pd a Enrico Letta, il premier assicura ancora una volta che rispetterà le «promesse» fatte. «Se non ci riusciremo la responsabilità sarà di chi si è assunto il compito di guidare il governo», ribadisce e non per «un atto di coraggio», ma per «puro realismo». Renzi rimette sul tavolo la sua agenda: lavoro, pubblica amministrazione, giustizia, fisco, scuola. Perché da cambiare, assicura, è «la concretezza di tutti i giorni, la vita quotidiana degli imprenditori». Nonostante le critiche ricevute a Palazzo Madama per essere poco entrato nel merito dei contenuti programmatici, anche a Montecitorio tornano i «titoli». Ecco allora che «lo sblocco totale dei debiti della pubblica amministrazione deve costituire uno shock»; che «la stabilità delle aule e degli edifici scolastici sia importante più dei conti» pubblici. Quanto all’annunciato taglio del cuneo fiscale, «la doppia cifra» - precisa il premier tra i sorrisi ironici di alcuni grillini - si riferisce «ai miliardi e non alla percentuale». Gli «slogan» e le citazioni più numerose arrivano però sulla politica. «Smetta di essere un fiume di parole vuoto e vano», esordisce. «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia», azzarda citando don Milani. È il turno poi dello scrittore cattolico inglese Gilbert Keith Chesterton: «Il mondo non finirà mai per mancanza di meraviglie, ma per la mancanza di meraviglia». La conclusione, poi, è da Baci Perugina: «La pagina più bella che questo Paese deve vedere non l’ha ancora vista». Da domani, però, si fa sul serio.
Renzi parla, promette e prende la fiducia
Il premier per la prima volta alla Camera, ripete: «Basta alibi, ma se fallisco è colpa mia»
