Più si osservava ieri, nel salone delle feste del Quirinale, lo sguardo sorridente e compiaciuto del presidente della Repubblica, affiancato dal nuovo presidente del Consiglio, ai ministri che sfilavano davanti a lui per il giuramento, e ne raccoglievano gli auguri, più si avvertiva il peso che Giorgio Napolitano aveva avuto la sera prima per metterli o lasciarli al loro posto, accettando o modificando o scartando le «proposte» costituite dalla «lista» portatatagli da Matteo Renzi. Il peso del capo dello Stato, d'altronde, era già stato avvertito fisicamente, o quasi, la sera prima nelle ben due ore e tre quarti di durata dell'udienza conclusiva della crisi di governo apertasi venerdì 14 febbraio con le dimissioni del primo governo di Enrico Letta. Che era nato anch'esso il 28 aprile dell'anno scorso, come quello precedente di Mario Monti il 16 novembre del 2011, sotto la regìa di Napolitano. Una regìa, magari, più diretta e completa di quella esercitata con Matteo Renzi, arrivato a Palazzo Chigi -bisogna riconoscerlo- più autonomamente dei suoi due predecessori: più subìto che scelto dal presidente della Repubblica perché ancora fresco della conquista della segreteria del suo partito, e perciò provvisto di una forte investitura politica mancata al tecnico Monti e all'allora vice segretario dimissionario del Pd Enrico Letta. Ma nella elaborazione finale della lista dei ministri Napolitano ha recuperato se non tutto, molto di ciò che aveva dovuto cedere all'inizio della crisi. È stato, del resto, lo stesso capo dello Stato a far conoscere particolari estremamente significativi di quelle quasi tre ore resesi necessarie per la selezione dei ministri propostigli originariamente da Renzi. Si è appreso, in particolare, che ad un certo punto, essendo evidentemente diventati tali e tanti i problemi posti da Napolitano di fronte alla lista del presidente del Consiglio ancora incaricato, che è stato messo a disposizione di quest'ultimo un altro ufficio del Quirinale, il cosiddetto «Gabinetto Napoleonico», vicino a quello del capo dello Stato, lo «studio della Vetrata». Un ufficio nel quale Renzi, assistito dall'amico Graziano Delrio, ministro uscente degli affari regionali e sottosegretario subentrante alla Presidenza del Consiglio, ha dovuto procedere ad un supplemento telefonico di consultazioni, comunicazioni, trattative e quant'altro per rinunciare ad alcuni nomi e sceglierne o risistemarne altri. Nel frattempo il capo dello Stato, da solo o con i suoi consiglieri, poteva riprendere o continuare ad occuparsi, secondo le sue stesse parole, degli affari «correnti» della Presidenza della Repubblica. Non si era mai visto o sentito, francamente, nulla di simile al Quirinale. Neppure in occasione del pur lungo incontro conclusivo per la formazione del governo Monti, nell'autunno del 2011. Quando Napolitano si spese personalmente, e inutilmente, per ridurre la valenza «tecnica» del nuovo esecutivo con la presenza, non consentita dal Pd, di due vice presidenti come Giuliano Amato, esponente autorevole e qualificato della sinistra, e Gianni Letta, sottosegretario allora uscente di Silvio Berlusconi. Poi gli toccò di approfondire e sciogliere alcuni nodi giuridici e amministrativi dell'accorpamento, voluto ma sottovalutato da Monti, delle competenze di alcuni Ministeri. Non si era visto o sentito nulla di simile neppure nel 1994. Quando l'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, arresosi a malincuore alla necessità di nominare presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che era uscito a sorpresa vincente dalle elezioni politiche sulla «gioiosa macchina da guerra» allestita dalla sinistra sotto la guida del segretario del Pds-ex Pci Achille Occhetto, volle consegnare anche una irrituale lettera di indirizzo programmatico al capo del governo. E rifiutò il Ministero della Giustizia a Cesare Previti preferendo mandarlo al dicastero della Difesa. Questa volta, con Renzi, il presidente Napolitano sembra aver voluto proprio spulciare tutta la lista dei ministri. E non solo per dare indubbiamente, con la sua lunga esperienza politica e istituzionale, consigli utili all'ancora troppo giovane sindaco uscente di Firenze. Che, pago forse del successo conseguito disarcionando Letta, «l'amico Enrico» sino a qualche giorno o settimana prima da lui esortato disinvoltamente a «stare tranquillo», ha ritenuto opportuno non forzare ancora di più la situazione. Ed ha infine accettato di guidare, al netto del sicuro e oggettivo ringiovanimento della squadra ministeriale, un'altra edizione dei governi d'impronta presidenziale che si stanno succedendo da due anni e mezzo. Un'edizione che si potrebbe anche essere tentati di chiamare Giorgio III, se non si fosse trattenuti dal timore e dal rischio di confondersi con le polemiche, di tutt'altro senso e scopo, condotte da Beppe Grillo e dal suo movimento.
Nasce il governo di Giorgio III
Anche il «rottamatore» ha dovuto sottostare alla regia di Napolitano Nella lista dei ministri c’è l’impronta del Quirinale come per Monti e Letta
