Ci voleva il nazionalpopolare, la passione e l'etica di una donna che ha fatto la storia della televisione, ballando, cantando, presentando, facendo indovinare il numero dei fagioli - dentro un vaso di vetro - agli italiani, per dire dal palco dell'Ariston all'India che insomma, ora basta, rimandate i due nostri fucilieri di Marina, Latorre e Girone in Italia, che è un popolo intero che ve lo chiede e sta in angoscia per loro. Il nome di questa donna è Raffaella, il cognome (d'arte) Carrà, l'immagine che ne hanno gli italiani è un caschetto biondo pieno di energia. Ieri sera a Sanremo Raffaella ha deciso di dare un senso a quell'aggettivo, italiana, ripescando un'identità nazionale nel mare della musica pop, del politicamente corretto di Fazio, del correre di una gara canora che incarna da oltre 60 anni l'immaginario di un Paese. Quei nostri due soldati - ha detto la Carrà - sono due anni che aspettano ingiustamente. Inossidabile, col suo caschetto biondo, Raffaella ha superato ogni banalità. È andata oltre la messa in scena, la scaletta, oltre la prevedibilità. Quella prevedibilità, anche della Rai e di Leone, che non se la sono sentita di sposare per Sanremo la battaglia, nazionale prima ancora che politica, per il ritorno dei due marò in Italia. Hanno preferito lasciarla all'informazione in una ripartizione stagna dei generi che il tempo ha già superato. Raffaella Carrà, in pochi secondi, ha ridato alla Rai la sua missione originale, elevare, con i presupposti popolari della cultura televisiva, il senso di identità di un Paese. Valorizzare un senso comune, tre anni dopo il 150mo dell'unità di Italia, anniversario che aveva visto salire sul palco di Sanremo a cavallo, nel 2011, il comico e attore Roberto Benigni, cantando l'inno di Mameli. Senza la carne e la passione quell'inno però rischia di suonare pura retorica. Carne e passione che nell'intervento di Raffaella Carrà di ieri c'erano, eccome. Di questo dobbiamo ringraziarla, perché si è trattato di una passione inaspettata e per questo sincera, arrivata dopo le 23 quando tutto al Festival, sui nostri due marò, pareva assopirsi tra una canzone ed uno sketch. Anche per questo w la Carrà e w i nostri due marò. Ogni "rumore" che spinga l'India a liberarli ed a rispettare il diritto, è un rumore gradito. Un rumore di libertà.
L’appello nazionalpopolare della Carrà
di Massimiliano Lenzi
