Renzi non è ancora premier, non sembra avere grande facilità nel formare la quadra di governo e soprattutto non è chiaro quale sarà il suo programma, eppure i mercati hanno già deciso che è lui l’uomo giusto al posto giusto. Nemmeno l’intenzione di non rispettare i patti con l’Europa sforando il tetto del deficit, preoccupa gli investitori. Nonostante questi elementi di incertezza, lo spread continua a scendere. Ieri, questo indicatore della fiducia da parte dei mercati, è arrivato a 189 punti base, attestandosi ai minimi da giugno 2011. Il differenziale aveva terminato la seduta di lunedì a quota 194 punti. Ora il rendimento del decennale italiano è al 3,56% sul mercato secondario, che equivale ai minimi dal 2006. Questo significa che il costo del debito sta diminuendo e che se il trend continuerà in questo modo, il governo avrà a disposizione un «tesoretto» da utilizzare per far ripartire l’economia. Insomma i mercati internazionali sembra che abbiano firmato una cambiale in bianco a Renzi «conquistati» da quello che si annuncia il rottamatore delle regole, dallo Statuto dei lavoratori al rapporto con i sindacati. Il rottamatore continua ad incassare consensi in Europa. «È un uomo giovane e dinamico e ha la possibilità di portare un vento nuovo nella politica Italiana ed europea» afferma il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. «La combinazione di esperienza e dinamismo potrebbe essere ciò di cui abbiamo bisogno in Europa. Da un lato il presidente Napolitano con la sua lunga esperienza, dall'altro un giovane primo ministro come Renzi, può rappresentare un buon contributo per l'Italia e per l'Europa». Anche il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, pare disponibile a fare sconti al prossimo premier. Al termine dell’Ecofin ieri ha detto che «la Commissione europea può decidere di concedere più tempo per rispettare il limite deficit-Pil al 3%, ma può imporre in cambio condizioni in termini di riforme supplementari». Ma il ministro dell’Economia uscente Fabrizio Saccomanni mete in guardia Renzi dal rischio di strafare, sfidando l’Europa. «Non si può superare lo sbarramento del 3% senza conseguenze di reputazione e sui mercati». Saccomanni ricorda che «non esiste una regola che impedisca a un Paese di andare oltre il 3%» ma chi supera questa soglia deve essere pronto «a pagarne le conseguenze, in primis in termini di credibilità, di reputazione, di reazione sul mercato. In secondo luogo, e non trascurabile, ci sono anche le procedure comunitarie, che possono diventare anche sanzioni di carattere pecuniario». Saccomanni ha ricordato che l'Italia ha ottenuto «proprio perchà uscita dalla procedura di disavanzo eccessivo, un risultato clamoroso che non ha precedenti nella storia ovvero che il debito italiano si finanzia a un tasso del 2%». Il ministro a Bruxelles, per quello che probabilmente sarà il suo ultimo vertice alla Ue, riconosce di non essere stato contattato da nessuno e «se mi contatteranno ci rifletterò». A spingere perchè rimanga in via XX Settembre è soprattutto il governatore della Bce, Mario Draghi che vorrebbe una continuità in un ministero così strategico. Anche il commissario Ue agli Affari economici si è detto «fiducioso» sul rispetto del vincolo del 3% da parte dell'Italia.
Ex sindaco con l’aiutino I mercati lo spingono
Lo spread scende sotto quota 190 punti Le riforme liberiste piacciono agli investitori
