Con il benservito della direzione del Pd al governo di Enrico Letta per sostituirlo con un altro diretto dallo stesso segretario del partito, l’incontenibile Matteo Renzi, cambia anche la fisionomia della presidenza di Giorgio Napolitano al Quirinale. Finisce cioè la fase più accidentata, e ultimamente anche assai contestata, di questa presidenza. Una fase cominciata nell’estate del 2011, quando il capo dello Stato si mise a coltivare la successione di Mario Monti a Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, destinata a formalizzarsi solo il 16 novembre. Una fase rilanciata dopo le elezioni di fine febbraio del 2013, quando fallì il tentativo velleitario dell’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani di formare un governo minoritario «di combattimento» e, forte di una conferma al Quirinale imposta dalla incapacità dimostrata dalle nuove Camere di trovargli un successore alla fine del suo primo mandato, Napolitano mandò a Palazzo Chigi proprio Enrico Letta. Che era allora vice segretario del Pd, dimissionario al pari del segretario. In verità, il capo dello Stato avrebbe preferito affidare la guida del governo caratterizzato dalle cosiddette larghe intese a Giuliano Amato, che era già stato a Palazzo Chigi nel 1992 e nel 2000, ma ripiegò su Enrico Letta per interessi convergenti fra il Pd e il Pdl guidato da Silvio Berlusconi. Fu tuttavia un ripiegamento non sofferto, anche perché l’alternativa a Letta, persona comunque molto conosciuta e apprezzata da Napolitano, rischiò di diventare Renzi, troppo giovane e già allora spavaldo per piacere a «Re Giorgio». Al quale Berlusconi tolse le castagne dal fuoco, sia pure fuori stagione, preferendo anche lui Letta a Renzi, che se ne sarebbe poi ripetutamente e pubblicamente doluto riferendo di una telefonata di sbarramento fattagli personalmente dal Cavaliere. Quant’acqua - pensate un po’ - è passata in così poco tempo sotto i ponti della politica italiana, con gli stessi personaggi sulla scena. Ma soprattutto con un Renzi passato da sfidante sconfitto di Bersani, nelle primarie del 2012 per la guida del governo, ad aspirante ad una prima rivincita già in aprile del 2013, a nuovo segretario del Pd due mesi fa ed ora in procinto di diventare anche presidente del Consiglio, sfidando peraltro la sorte non proprio favorevole a chi prima di lui ha voluto il doppio incarico di capo del governo e del maggiore partito. Durarono poco in questa situazione durante la prima Repubblica Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita, democristiani come il padre di Renzi e come lo stesso Renzi probabilmente sarebbe stato se la Dc fosse stata ancora in buona salute quando lui, diciottenne, conquistò il diritto di voto, l’11 gennaio 1993. Solo un anno dopo l’ultimo segretario, Mino Martinazzoli, sciolse il partito scudocrociato. Renzi sta arrivando a Palazzo Chigi per una evoluzione del quadro politico di cui il presidente Napolitano, per la prima volta dall’estate del 2011, ha potuto o dovuto solo prendere atto, senza ripetere il ruolo promotore, o maieutico, delle crisi sfociate con le nomine di Monti e di Letta. Questa volta egli ha potuto o dovuto più assistere che scegliere gli attori della svolta, ponendo loro solo la condizione di non cercare neppure di forzargli la mano verso uno scioglimento anticipato delle Camere senza una nuova e praticabile legge elettorale. Cui lui si sottrarrebbe nel modo più clamoroso, interrompendo il suo secondo mandato presidenziale e facendo ricadere le Camere nella stessa, rovinosa impotenza dell’anno scorso. Con la nomina di Renzi e l’abbandono di Enrico Letta, praticamente maturati nella lunga cena di lunedì scorso fra Napolitano e il segretario del Pd, per quanto fosse ancora fresco un comunicato di compiacimento e incoraggiamento del Quirinale per la «continuità» d’azione del presidente del Consiglio ancora in carica, potrebbero maturare le condizioni di un allungamento dei tempi della legislatura faticosamente avviatasi l’anno scorso. Una legislatura che, salvo incidenti di percorso, da non escludere di certo in una situazione peraltro di perdurante crisi economica e sociale come quella italiana, dovrebbe durare secondo Renzi addirittura sino all’epilogo ordinario del 2018. E diventare davvero costituente, con l’approvazione di un bel pacchetto di riforme istituzionali, a completamento della nuova legge elettorale. Di una legislatura più lunga potrebbe avvantaggiarsi anche il secondo mandato di Napolitano. Che nel discorso di reinsediamento, il 22 aprile scorso davanti alle Camere, e nel messaggio televisivo di Capodanno, il 31 dicembre, si assegnò al vertice dello Stato «un tempo non lungo», in rapporto sia alla «situazione del paese e delle istituzioni» sia alle sue «forze» fisiche. Non è detto tuttavia che il «tempo non lungo» propostosi da Napolitano sia destinato a dilatarsi sino a coprire per intero il suo secondo settennato, cioè sino al 2020, quando di anni «Re Giorgio» ne compirà ben 95. Un ritorno della situazione politica alla normalità, con l’approvazione di una nuova legge elettorale e il compimento, finalmente, delle riforme istituzionali da lui stesso tante volte sollecitate, potrebbe indurre Napolitano a interrompere ben prima della scadenza ordinaria, anche della legislatura, quel secondo mandato presidenziale da lui stesso indicato come un’eccezione, un’anomalia più subita che cercata. Un’anomalia attribuita invece dai suoi avversari a luciferine manovre condotte per rimanere dove egli avrebbe finto l’anno scorso di non vedere l’ora di tornare a casa, e al Senato.
Il Colle azzoppato sta a guardare e stavolta pensa al passo indietro
di Francesco Damato
