Giorgio Napolitano l’ha ribadito con chiarezza: «Votare adesso? Non diciamo sciocchezze». E, almeno per un momento, è tornato ad essere il presidente di tutto il Parlamento. O quasi. Perché quando una crisi di governo scoppia a pochi mesi dalla nascita di una legislatura, non ci sono ideali o progetti politici che tengano. Ciò che conta, per i membri di Camera e Senato, è soprattutto non uscire dalle stanze del potere. Soprattutto quando il quadro politico è così fluido che nessuno può essere davvero sicuro di rientrarci dopo nuove elezioni. È il motivo per il quale, ad esempio, il blocco bersaniano del Partito Democratico si è trasformato d’improvviso in renziano. Nessuna fascinazione particolare per le tesi del giovane segretario. Più che altro, la constatazione che con Renzi a Palazzo Chigi la legislatura potrebbe davvero allungarsi fino al miraggio del 2018. Se così non fosse, gran parte di quegli onorevoli portati in Parlamento da Pier Luigi Bersani sarebbero costretti a fare le valigie e a non rivedere più gli scranni delle Camere. A maggior ragione se l’Italicum venisse approvato nella formula attualmente al vaglio, ovvero con le liste bloccate. Sarebbe il segretario Renzi a comporre quegli elenchi, e di certo non ci sarebbe spazio per i fedelissimi dell’ex ministro per lo Sviluppo economico. Discorso analogo si può fare per l’ala più centrista dell’attuale maggioranza di governo. Tralasciando i montiani di Scelta Civica, accreditati dai sondaggi poco oltre l’uno per cento quando alle elezioni avevano invece toccato l’otto, sono soprattutto gli alfaniani a guardare con orrore al ritorno alle urne. Una fine traumatica della legislatura, infatti, significherebbe il fallimento di quel governo di «strette intese» al quale hanno creduto a tal punto di rompere il sodalizio con il padre politico Silvio Berlusconi. A quel punto avrebbero di fronte due strade: allearsi con Forza Italia correndo però il serio rischio di restare sotto il cruciale 4,5%, oppure sciogliere il partitino per tornare in tutto e per tutto alla casa madre. Berlusconi li riaccoglierebbe? In passato il Cavaliere si è sempre dimostrato molto generoso, persino con chi l’aveva ferito. Ma stavolta ha già fatto sapere che le porte non sono aperte per tutti. Ben venga Angelino, nonostante il doloroso tradimento. Ma i vari Quagliariello, Cicchitto e Formigoni possono scordarselo. A ben guardare, gli unici che avrebbero davvero voglia di tornare alle urne sono il M5S e Forza Italia. Nell’ottica di Beppe Grillo, la morte prematura della legislatura significherebbe la certificazione dell’incapacità della politica di riformare il Paese. Il dividendo che il movimento del comico incasserebbe da elezioni anticipate sarebbe esponenziale. E i suoi stessi parlamentari, almeno quelli che gli sono rimasti fedeli in questa prima traumatica esperienza da legislatori, avrebbero la ricandidatura confermata. Le regole del M5S, infatti, prevedono un tetto di due legislature per ogni esponente. E tutti i grillini sono ancora alla prima. Il comico, peraltro, si affiderebbe con ogni probabilità ai parlamentari uscenti. Un po’ perché così eviterebbe quegli errori di inesperienza che hanno contrassegnato il debutto nel «Palazzo». Un po’ perché dei vari Di Battista o Fico Grillo sa già di potersi fidare ciecamente. Il capitolo Forza Italia, invece, merita una riflessione più approfondita. Se c’è qualcuno che proprio non può aspettare fino al 2018, infatti, questi è Silvio Berlusconi. Principalmente per un fattore anagrafico. Tra quattro anni, infatti, l’ex premier avrà tagliato il traguardo delle 81 candeline e, sebbene il suo compianto medico Umberto Scapagnini amasse definirlo «tecnicamente quasi immortale», appare difficile immaginarlo riproporsi alla guida del Paese a quella veneranda età. Non solo. Dalla decandenza da senatore, infatti, il Cavaliere è tornato ad essere vulnerabilissimo agli occhi della magistratura. Che oggi, in via teorica, potrebbe colpirlo in qualsiasi momento persino con una richiesta d’arresto. Scenari improbabili? Chissà. Ma sopravvivere per quattro anni con questa paura nella testa potrebbe essere molto stressante... Infine c’è l’aspetto «caratteriale». Berlusconi sa bene, da fine politico, che quando si è al tavolo del casinò bisogna aspettare il proprio momento e che puntare a ogni mano può rivelarsi devastante. Ma restare per così tanto tempo all’opposizione, con un governo magari ancora guidato da Letta piuttosto che dal più apprezzato Renzi, significherebbe farlo scivolare nella depressione. Il punto è: se davvero si creasse l’opportunità di far cessare la legislatura, Forza Italia seguirebbe in blocco il leader? Dei parlamentari restati con il Cav dopo la scissione alfaniana non c’è motivo di mettere in discussione la lealtà. Ma è altrettanto vero che negli ultimi mesi Berlusconi si è lanciato in una campagna di rinnovamento che promette di far cadere non poche teste tra quelle attualmente presenti nelle Camere. La «faida» tra il nuovo che avanza - impersonato da Toti - è chi non vuole cedervi - i lealisti di Fitto - potrebbe insomma non essere stata una mossa azzeccatissima. Specie se tra i «vecchi» ci sono personaggi che di voti non ne hanno mai presi, essendo sempre stati nominati, e che già in passato non si sono fatti tantissimi scrupoli a cambiar casacca. Chi era che diceva «io penso ai cazzi miei, mi serve la pensione»? Ah, sì: l’abruzzese Antonio Razzi. Ex Italia dei Valori. Ora Forza Italia. Le vie della stabilità sono infinite.
Il Parlamento dei nominati tifa Matteo per non andare a casa
con Renzi a Palazzo Chigi la legislatura potrebbe allungarsi fino al 2018. Con le elezioni anticipate in tanti invece dovrebbero fare le valigie
