Politica

Napolitano sbugiardato, Monti fu un suo «capriccio»

Le rivelazioni del libro di Alan Friedman. Il Capo dello Stato vide il Professore e gli offrì Palazzo Chigi a luglio 2011

Giorgio Napolitano e Mario Monti escono malconci dalla ricostruzione dell'estate politica del 2011 fatta dal noto giornalista americano Alan Friedman in un libro, in arrivo da Rizzoli, con il titolo «Ammazziamo il gattopardo», e di cui ieri è stata fatta un’anticipazione sul «Corriere della Sera». Risulta invece più accreditata la versione spesso denunciata da Silvio Berlusconi del proprio allontanamento da Palazzo Chigi, formalmente avvenuto con dimissioni volontarie nell'autunno di quell'anno ma maturate, in realtà, dopo una lunga azione ai suoi fianchi, o alle spalle, condotta o addirittura partita dal Quirinale. Dove Friedman ha inutilmente bussato sino al 17 gennaio scorso per avere chiarimenti. Che, a questo punto, non possono essere quelli un po' troppo generici e di maniera tentati ieri sera sul Colle lamentando «fumo, solo fumo», mentre se ne reclamavano di più precisi da varie parti. E ciò anche in ordine al cosiddetto impeachment promosso in precedenza dai grillini in Parlamento con l'accusa al presidente della Repubblica di attentato alla Costituzione per altre vicende. Il famoso spread, cioè il differenziale tra i costi dei titoli di Stato tedeschi e quelli italiani, su cui hanno fatto affari d'oro gli speculatori finanziari di mezzo mondo, era nel mese di giugno di quel disgraziato 2011 ancora a 220 punti, ben lontano quindi dagli oltre 500 che sarebbero costati a Berlusconi in autunno la guida del governo. Ma già Monti poteva parlare nel suo ufficio universitario, a Milano, con l'amico ed ex presidente del Consiglio Romano Prodi della possibilità concreta di succedere al Cavaliere perchè aveva cominciato a ricevere «segnali» dal Capo dello Stato. Che «da tempo» soleva consultarlo e dargli del tu. Questi segnali – continuiamo a chiamarli così – erano talmente aumentati in agosto, mentre Berlusconi era alle prese con gli speculatori e con le richieste pressanti di severe misure economiche da parte dell'Unione Europea, che Monti sentì l'opportunità di consultarsi con l'amico editore de «la Repubblica» Carlo De Benedetti, con il quale condivideva le vacanze, da quasi vicino di casa, nella località svizzera di Sant Moritz. «È una roba che devi fare subito», gli disse l'amico – parole sue a Friedman – apprendendo dei contatti già avuti da Monti con Napolitano sulla possibilità che fosse chiamato a fronteggiare una crisi economica e di governo. E infatti le cose «precipitarono»: parola, questa volta, di Monti a Friedman. Ma fu un precipizio lungo, diluito in un paio di mesi, durante i quali Berlusconi perdeva punti di spread, nei mercati finanziari, e parlamentari della maggioranza tra Camera e Senato, senza tuttavia incorrere in un voto formale di sfiducia. Che qualcuno forse gli stava preparando con cura, ma che lui precedette annunciando l'8 novembre la decisione di dimettersi di lì a pochi giorni, non appena approvate le ultime misure economiche predisposte d'intesa con l'Europa. E già il 9 novembre Monti venne nominato da Napolitano senatore a vita, giurando il 16 come presidente del Consiglio con i suoi ministri «tecnici». Così, peraltro, l'allora presidente francese Sarkozy e la cancelliera tedesca Merkel incassarono i frutti delle risatine scambiatesi in pubblico contro Berlusconi nell'ultimo vertice europeo. Napolitano ha recentemente contestato la rappresentazione del governo Monti, ma poi anche di quello attuale, come di qualcosa da lui «inventato, per capriccio», assicurando di essersi limitato - o quasi - a raccogliere e seguire le indicazioni ricevute dai partiti nelle consultazioni rituali per le crisi. Ma almeno per Monti, se non per Enrico Letta, le consultazioni dei partiti sembrano essere state precedute da quelle del presidente della Repubblica con l'interessato. E, francamente, non sembra una bella procedura, anche se, in verità, non mancano precedenti. Come quello del 1993, quando in previsione – diciamo così – di una crisi del primo governo di Giuliano Amato il presidente Oscar Luigi Scalfaro sondò, ma inutilmente, la disponibilità dell'allora ministro del Tesoro Piero Barucci a trasferirsi a Palazzo Chigi. Il racconto di Friedman consente anche di capire meglio la condotta a dir poco ondivaga seguita nell'estate del 2011 dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Il quale evidentemente fu interessato più a inserirsi nel gioco della successione alla guida del governo, visto ciò che accadeva dietro le quinte, che a sostenere la resistenza di Berlusconi. Ma fu una fatica sprecata, per quanto Tremonti si considerasse pure un «tecnico», e non inferiore al suo quasi omonimo Monti.

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