Politica

L’India non partecipa ai Giochi Espulsi dal Cio perché corrotti

di Massimiliano Lenzi Dicono a Busto Arsizio che mesi fa siano arrivati gli indiani, indiani giornalisti s'intende - non pellerossa - per seguire il processo per le presunte tangenti pagate dall'ex...

Dicono a Busto Arsizio che mesi fa siano arrivati gli indiani, indiani giornalisti s'intende - non pellerossa - per seguire il processo per le presunte tangenti pagate dall'ex presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi a pubblici ufficiali indiani per la fornitura di elicotteri Agusta Westland al Paese che fu di Gandhi. Da buoni e ferventi garantisti, quali siamo, attendiamo l'esito del processo ma non possiamo fare a meno di notare che a Sochi, in Russia, dove si svolgono le Olimpiadi invernali di giornalisti indiani ne hanno visti pochini. Quasi meno che a Busto, cittadina giù al Nord Italia, nel varesotto. Sapete perché? Ve lo diciamo subito. Perché l'India non partecipa alle Olimpiadi Invernali di Sochi, in Russia, a causa dell'espulsione dell'Associazione olimpica indiana (IOA) per corruzione. Si, avete letto bene: per corruzione. Vi partecipano solo tre atleti indiani ma come indipendenti e non sotto la bandiera nazionale: sono l'italo-indiano Shiva Keshavan, campione asiatico di slittino, Himanshu Takur (sci alpino) e Nadeem Iqbal (sci da fondo). La condizione posta dal Comitato olimpico internazionale (il CIO) per revocare la sospensione dell'India, decisa a Losanna nel dicembre del 2012, era quella di eleggere nuovi membri dell'IOA, sostituendo quelli coinvolti nello scandalo dei Giochi del Commonwealth che si tennero a New Delhi nel 2010. Era il dicembre del 2012 quando la comunità sportiva indiana entrò in agitazione dopo che da Losanna, in Svizzera, dove si svolgeva appunto il comitato esecutivo del CIO, arrivò la notizia che l'India era stata sospesa per aver svolto elezioni per la presidenza, violando la Carta olimpica. A lanciare l'allarme espulsione fu l'agenzia di stampa indiana Pti che battendo la notizia sottolineò come gli effetti immediati del provvedimento significavano per l'Associazione olimpica indiana (IOA) lo stop ai fondi e per i suoi dirigenti la sospensione dalle partecipazioni ad incontri ed eventi olimpici. Per gli atleti indiani, invece, le conseguenze furono quelle che si vedono ancora oggi, visto che secondo il provvedimento del CIO non potranno più partecipare alle gare olimpiche sotto la bandiera indiana, ma potranno invece farlo solo sotto quella del Comitato olimpico internazionale. La mancata partecipazione della bandiera indiana nella sfilata di Sochi, passata quasi inosservata, sta a ricordare all'India, da parte del Comitato Olimpico, che deve mettersi in regola, anche in considerazione del fatto che le elezioni del proprio Comitato l'India non ha voluto anticiparle. Certo, noi siamo garantisti, ma le parole corruzione e manipolazione - questa è la cronaca stando al CIO - quando si ha a che fare con l'India riaffiorano spesso. Persino nella nobile arte, nel pugilato. Nel dicembre 2012, poco più di un anno fa, l'associazione internazionale di pugilato (Aiba) decise di sospendere la Federazione indiana dilettanti di pugilato (Iasf), sulla base di informazioni riguardanti possibili manipolazioni avvenute durante le elezioni degli organi dirigenti. In parole povere, sia il CIO sia l'Aiba sospettano che le elezioni degli organi dirigenti degli organismi sportivi indiani siano state irregolari, infiltrate da interessi politici e in trasgressione della Carta olimpica. Ora noi siamo garantisti, non consideriamo tre circostanze una prova. I tempi sembrano davvero cambiati e proprio perché siamo garantisti, ci siamo rotti le palle di avere due nostri soldati, prigionieri da due anni in India e in attesa di giudizio, imputati secondo le leggi sul terrorismo e senza una straccio di prova. Questo significa che l'India non rispetta le regole del diritto internazionale. Dobbiamo ricordaglielo ogni giorno, finché Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non saranno tornati in Italia. Non sempre, senza alzare la voce, vince il migliore e noi ci siamo stufati perché l'ingiustizia è anch'essa una forma di corruzione. La più grave e imperdonabile di tutte.

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