Politica

I due leader del Pd litigano. Ma decide sempre Re Giorgio

Le decisioni finali non sono né nelle mani di Letta né in quelle di Renzi

Matteo Renzi ed Enrico Letta hanno voglia a sfidarsi sui destini del claudicante governo in carica e della stessa legislatura, claudicante anch'essa, ma le decisioni finali non sono nelle loro mani. Esse restano in quelle del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Re Giorgio», come ormai anche il capo dello Stato si è abituato a sentirsi chiamare, affettuosamente dagli amici o estimatori e polemicamente dai critici o avversari, si è già fatto sentire in via diretta con un comunicato di apprezzamento della «continuità» dell'azione di governo, emesso dopo un incontro con il presidente del Consiglio. Ma poi, in via indiretta, anche con una intervista del suo vecchio amico e compagno di militanza politica Emanuele Macaluso, e infine con un articolo del quirinalista del «Corriere della Sera» Marzio Breda, pubblicato ieri sotto un titolo di prima pagina che più chiaro non poteva essere: «Governo, la spinta di Napolitano. Il Quirinale per il rilancio di Letta, nuovo no al voto». L'intervista di Macaluso e l'articolo di Breda, ammesso a raccogliere anche i sospiri sul Colle più alto di Roma, sono accomunati dalla percezione che Napolitano abbia orrore del rischio che si crei in una stagione delicata come questa, sul piano interno ed europeo, un «vuoto politico e istituzionale». Ma per «vuoto» il capo dello Stato non intende solo l'apertura formale della crisi per la nomina di un nuovo governo, con tutte le incognite che una crisi comporta, a dispetto di chi pensa di poterla pilotare. Egli intende anche, o soprattutto, le elezioni politiche anticipate. Che comportano una campagna elettorale ancora più accesa e paralizzante di quella in fondo già in corso sotto traccia da mesi, o di quella che comunque ci aspetta per il rinnovo del Parlamento europeo. E poi l'espletamento di tutte le formalità, e relative possibili complicazioni, d'insediamento delle nuove Camere. Con questo plurale – le nuove Camere – siamo già al primo, enorme intoppo avvertito da Napolitano sulla strada delle elezioni anticipate, dove vorrebbero forse spingerlo anche quelli che mostrano a parole il contrario, a cominciare da Matteo Renzi. Il quale ieri ha riconosciuto che tornare prestissimo alle urne non gioverebbe al Paese, pur potendo giovare personalmente a lui come segretario del partito. O, chissà, anche come presidente del Consiglio, succedendo in caso di crisi a Letta, il suo «caro amico Enrico», cui non ha certo risparmiato critiche durante e dopo la corsa congressuale, e relative primarie, alla guida del Pd. Le elezioni anticipate con la nuova legge concordata in linea di massima fra Renzi e Silvio Berlusconi, peraltro ancora da approvare in Parlamento con le inevitabili modifiche dovute al vecchio e obbligatorio passaggio tra la Camera e il Senato, sono appese semplicemente nel vuoto. In realtà, la nuova legge, con il premio di maggioranza vincolato al quorum del 37 per cento, mancando il quale le due coalizioni più votate se lo contenderebbero in un successivo ballottaggio, per risultare davvero risolutiva sul piano della governabilità avrebbe bisogno di una preventiva riforma istituzionale. Che è quella – anch'essa concordata fra Renzi e Berlusconi – per la sostanziale abolizione del Senato, da trasformare in una Camera delle autonomie, non elettiva e non retribuita, ma soprattutto esclusa dal meccanismo della fiducia e sfiducia al governo. Una riforma che, per essere appunto istituzionale, ha bisogno di un doppio percorso parlamentare rispetto a quello ordinario di una legge elettorale. Senza la preventiva o contemporanea abolizione o trasformazione del Senato, il premio di maggioranza e tutto il resto concordato fra Renzi e Berlusconi si dissolverebbero. Con il Senato che dovesse rimanere com'è, il premio alla coalizione vincente, al primo o al secondo turno, dovrebbe peraltro essere assegnato Regione per Regione, come nella rovinosa lotteria sperimentata dal 2006 in poi. Le elezioni anticipate sarebbero pertanto destinate a svolgersi, in caso di crisi inconcludente di governo, con il sistema sopravvissuto ai tagli appena apportati dalla Corte Costituzionale: un metodo di fatto proporzionale, senza premio di maggioranza, e destinato a rendere ancora più necessario o inevitabile di quanto non sia già accaduto dopo le ultime elezioni, l'anno scorso, il ricorso a governi di cosiddette larghe intese. Che quanto più larghe sono, più inconcludenti risultano, almeno in Italia, visto che in Germania riescono a fare meglio. Già contrario di suo per paura del vuoto, risulta che il capo dello Stato non abbia alcuna intenzione di mandare il Paese alle urne con ciò che è rimasto del sistema elettorale in vigore dopo l'intervento della Corte Costituzionale. Piuttosto, egli si dimetterebbe imponendo alle Camere attuali di trovargli subito un successore. Ma è un'evenienza, questa, che neppure la spavalderia di Renzi potrebbe forse permettersi con questo Parlamento, ridotto com'è, e non solo per le intemperanze – chiamiamole così – dei grillini.

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