Sin dai primi giorni successivi al fermo imposto alla Enrica Lexie, sentii la necessità di sensibilizzare l'opinione pubblica su una questione che non coinvolgeva solo l'Italia e i due Maró, ma l'intera comunità internazionale, utilizzando come canale mediatico quello offerto da Facebook, dove creai il gruppo «Ridateci i nostri Leoni», rinominato poi in «Nessuno resta indietro». Il motivo principale che mi spinse a questo, fu una pregressa appartenenza al Rgt. San Marco, dove conobbi proprio Massimiliano Latorre, con il quale ho mantenuto un rapporto di amicizia per tutto questo tempo. In seguito, la frequentazione di un corso di studi in Giurisprudenza mi ha permesso di elaborare una tesi esaustiva proprio sul caso Lexie: considerata la carenza di studi specifici, anche in ragione dell'attualità dei fatti, questo elaborato ha permesso di giungere a determinate conclusioni, condivise dalla dottrina contemporanea, e di mettere in luce i punti oscuri della vicenda. Dagli studi condotti nel corso di questi mesi emerge senza dubbio che il Caso Lexie, oltre ad essere unico nel suo genere e senza alcun precedente giuridico specifico, rappresenta esclusivamente un insieme di errori, provocati da una normativa lacunosa e dall'insana gestione diplomatica della vicenda. Abbiamo memoria infatti di casi simili avvenuti nel corso del tempo, ma nessuno riunisce i requisiti appartenenti al caso di specie. Naturalmente, per occuparmi esclusivamente delle norme internazionali di riferimento, si è reso necessario ipotizzare per fini esplicativi che la morte dei due pescatori indiani sia avvenuta ad opera dei colpi esplosi dai fanti di marina, nonostante le forti perplessità scaturite dai dati di fatto resi noti nel corso di questi mesi. Come ormai noto, il fatto è accaduto in quelle che si definiscono acque contigue, nelle quali lo Stato costiero gode di una competenza specifica in ordine a determinate tipologie di reati. In virtù della Legge di bandiera, si rileva una competenza della giurisdizione italiana per i fatti avvenuti sulla petroliera Enrica Lexie, territorio fluttuante italiano; dall'altro canto però, si è avuto modo di constatare che, gli effetti del reato si sono prodotti in territorio indiano, ossia sul peschereccio St. Anthony. L'analisi del Diritto Internazionale marittimo, comparato allo studio del diritto interno indiano, ha permesso quindi di stabilire, con sufficiente certezza, che l'episodio è meritevole di una giurisdizione concorrente, che si risolve in favore dello Stato indiano, attesa la presenza dei militari su quel territorio. Ed è proprio per questo motivo che il più grave errore dell'Italia è stato quello di riconsegnare i militari italiani dopo i periodi di licenza concessi, nonostante la nostra Carta Costituzionale impedisca esplicitamente la consegna di imputati o condannati a rischio pena di morte, ancorché vi fosse un Affidavit che ne garantisse la non applicazione. Dichiarazione giurata priva di valore quella pervenuta dall'India, atteso che, a due anni dall'evento, i militari italiani non sanno ancora se saranno sottoposti al rischio pena di morte o meno. Con altrettanta certezza però, possiamo assolutamente affermare che l'unica magistratura competente a giudicare sul caso Lexie è quella italiana. Lo studio approfondito delle norme internazionali sull'immunità funzionale degli organi di uno Stato ha permesso di stabilire che i fucilieri di marina godevano di immunità funzionale nell'esecuzione delle azioni per cui vengono imputati. Tale regola non prevede che Latorre e Girone siano esenti da responsabilità, ma che spetti all'Italia giudicarli. Il criterio è abbastanza chiaro: non solo non è possibile attribuire ad un individuo un'azione voluta dall'organo sovrano mandante, ma è da sottolineare anche che solo quest'ultimo potrebbe appurare se i militari italiani, in ragione delle funzioni loro attribuite e delle regole di ingaggio stabilite, abbiano ecceduto nei compiti assegnati e siano passibili di un comportamento illecito rilevabile sotto un profilo penalistico. In ragione di ciò e alla luce degli eventi di cui siamo stati spettatori, si può affermare che un altro grave errore dell'Italia è stato quello di non richiedere un Arbitrato innanzi alla Corte Internazionale di Giustizia. Alla domanda dell'arbitrato si sarebbe potuta aggiungere inoltre la richiesta di misure provvisorie, quali, ad esempio, la consegna dei militari imputati ad uno Stato neutro, individuato fra quelli che non hanno stipulato accordi di estradizione con nessuno dei due Stati interessati. Nonostante gli errori del Governo Monti, proprio in occasione della seconda licenza concessa, sembrava che il Ministro Terzi fosse indirizzato proprio sulla strada dell'Arbitrato: il comunicato del MAE dell'11 Marzo 2013, oltre a render noto il mancato rientro dei militari, ammetteva per la prima volta l'esistenza di una controversia internazionale, richiedendo all'India di attivare le consultazioni previste dalla Convenzione Unclos. Trattenendo legittimamente i due militari, si sarebbe potuta esercitare la dovuta pressione affinché fosse stato un Organo terzo a decidere sul caso. Inoltre, il mancato rispetto della parola data, concernente il rientro dei marò, è da considerarsi come contromisura: con questo termine in Diritto Internazionale, si indica una causa di esclusione dell'illecito, laddove l'azione si rendeva necessaria nei confronti dell'India, che continua a tutt'oggi a trattenere i nostri militari, commettendo a sua volta un illecito internazionale. Invece poi, per inspiegabili motivi, il Governo in carica fece un passo indietro, permettendo il rientro di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in India. Da quel momento non si parlò mai più, come fatto fino ad allora, di competenza esclusiva dell'Italia, ma si preferì affidare il caso alla lacunosa gestione indiana che, alla luce delle perplessità derivanti dalla famosa sentenza della Corte Suprema, é apparsa tutt'altro che imparziale e giusta. *Studente in Giurisprudenza dell’Università Telematica Pegaso di Napoli
E il caso diventa una tesi di laurea: «Troppi diritti violati a New Delhi»
di Andrea Lenoci
