Politica

Re Giorgio riscopre Silvio: basta austerity

Napolitano chiede una svolta all’Europarlamento: «Ora politiche di crescita Dal voto nessuna ricaduta sul governo». Gazzarra leghista durante il discorso

«Rompere il circolo vizioso tra politiche restrittive nella finanza pubblica e arretramento delle economie europee» e concedere «maggiore attenzione per le effettive condizioni di sostenibilità del debito in ciascun paese e, in relazione a ciò, sufficiente apertura sui modi e sui tempi del riequilibrio finanziario». È un Giorgio Napolitano stranamente «berlusconiano» quello che ieri ha parlato al Parlamento europeo di Strasburgo in sessione plenaria. Il Capo dello Stato ha pronunciato un lungo discorso applaudito con convinzione dai parlamentari di Strasburgo, a eccezione della delegazione leghista, che ha provato a interrompere Napolitano agitando cartelli e scandendo slogan anti-euro. Ma la gazzarra messa in scena dal segretario del Carroccio Matteo Salvini e dal «solito» Mauro Borghezio è stata accolta dal «gelo» dei colleghi e dal boato di fischi alzatosi dalle tribune destinate agli ospiti. Re Giorgio, nel suo discorso, ha voluto ribadire l’adesione ai valori dell’Europa. Ma ha anche pronunciato parole molto critiche nei confronti delle politiche economiche troppo rigide degli ultimi anni. Politiche che hanno fatto insorgere, nelle fasce più in difficoltà della popolazione, un sentimento di rivalsa nei confronti delle istituzioni continentali. «L’Euro ha rappresentato un’innovazione storica - ha detto il Presidente - ma è rimasta per troppi anni monca, priva di complementi essenziali; il che può essere spiegato solo con anacronistiche chiusure e arroccamenti nazionali in campi che dopo l’introduzione dell’Euro non potevano rimanere presidiati dalla sovranità nazionale». Ciononostante, ha spiegato il Capo dello Stato, non bisogna cedere alla «vacua propaganda e scarsa credibilità nel discorso di quanti hanno assunto atteggiamenti liquidatori verso quel che abbiamo edificato nei decenni scorsi». E si deve attendere con fiducia l’esito delle prossime elezioni continentali che rapprensenteranno un «momento della verità da affrontare fino in fondo e con tutte le sue implicazioni». Il Presidente, che ha liquidato come «modeste, marginali e tradizionali» le proteste messe in scena dai leghisti, si è poi soffermato con i giornalisti, negando qualsiasi correlazione tra il voto di Strasburgo e la tenuta del governo italiano: «Queste ricadute non comportano sempre che succeda qualcosa nella maggioranza di governo, perché se questa tiene, non vedo ricadute». Infine, ha salutato con favore i primi segnali di ripresa che si intravedono nella situazione economica italiana: «La situazione di oggi non è quella di uno o due anni fa - ha detto - per la prima volta adesso stiamo vedendo dei "più" nel raffronto con l’anno passato». «Però - ha aggiunto - i guasti della crisi sono stati profondi e non si risolvono nel giro di alcuni mesi, soprattutto sulla creazione dell’occupazione. Come succede anche negli Stati Uniti, dove è ripartita l’economia ma non l’occupazione». Le parole del Capo dello Stato sono state accolte con favore da quasi tutte le forze politiche italiane. In particolare, da Forza Italia c’è chi ha fatto risaltare la similitudine tra il discorso fatto da Napolitano e gli avvertimenti lanciati in passato da Silvio Berlusconi. «Il Presidente - ha spiegato il capogruppo alla Camera Renato Brunetta - avrebbe potuto riconoscere il suo errore su Berlusconi e sull’aver portato al governo il tassator Monti». Mentre per Mariastella Gelmini «le parole di Napolitano hanno destinatari multipli, non solo in Europa ma anche a Palazzo Chigi». Le uniche critiche si sono alzate dal Carroccio. Che, però, è stato a sua volta attaccato da tutte le altre forze per la contestazione durante il discorso. Per Pier Ferdinando Casini «la sceneggiata dei leghisti offende l’Italia, non il Presidente della Repubblica». Mentre per Ignazio La Russa «è troppo anche per la Lega interrompere e manifestare all’estero contro il massimo rappresentante istituzionale italiano. Non lo farebbero inglesi e tedeschi, non lo farebbero neanche gli euroscettici francesi che, profondamente diversi dalla Lega, mettono al primo posto come noi, l'amore per la loro Patria e non la propaganda elettorale».

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