«Arrangiati». E lui l’ha preso in parola, tornando tra le braccia del Cav. Dalle parti del Nazareno raccontano che dietro la decisione di Casini di invertire la rotta dopo sei anni e di rientrare nel centrodestra ci sia l’assenza di garanzie da parte del segretario Pd Matteo Renzi. Il sindaco avrebbe spiegato al leader Udc che indietro non si torna, che il ricambio della classe dirigente è ineluttabile. Che, insomma, per Casini e la sua corte (Cesa, Rao, Libè) di spazio non ce n’è. Tutto il contrario dell’atteggiamento di Silvio Berlusconi che punta a riaggregare tutti i moderati attorno a FI. Di qui la decisione di Casini, che avrà pure provocato qualche mal di pancia tra i territoriali centristi, ma che finisce col garantire l’establilshment. Non solo. Berlusconi così vede più vicino il proprio obiettivo: il 1994. Inteso non solo come lo spirito fondativo di FI. Il Cav punta per le prossime elezioni a replicare lo schema vincente di vent’anni fa: aggregare il centro alla destra, prosciugare alla sinistra ogni rifornimento moderato, costringendo le forze popolari a scegliere ancora una volta FI per non essere tagliate fuori dalla chiusura allora del Pds, oggi di Renzi. Per Berlusconi è una sorta di nuovo capolavoro politico. Per Renzi apre un problema enorme: o favorisce l’aggregarsi di un polo centrista che guarda a sinistra, una sorta di Margherita 2.0, o rischia d’essere sconfitto dal Cav senza neppure la prova d’appello del secondo turno. Renzi lo avrebbe capito. E la lezione di Walter Veltroni sta lì a insegnare qualcosa. Il Pd a vocazione maggioritaria senza centro ma con l’intesa con di Di Pietro in extremis ha avuto due conseguenze: la vittoria di Berlusconi e la fine della sinistra, esclusa dal Parlamento in nome del voto utile e di una legge elettorale che imponeva la polarizzazione. La situazione, se dovesse passare l’Italicum, è esattamente la stessa. Di qui il pugno di ferro di Mario Mauro («Mai con Berlusconi») per costringere il Pd a dialogare con i Popolari. Renzi è a un bivio: se non vuole trattare deve puntare a Palazzo Chigi senza passare dalle elezioni. In fin dei conti lui lo dice sempre: «Se il governo fa le riforme può durare fino al 2018». Già, ma quale governo? Qualcuno al Nazareno risponde: «Il suo, quello di Renzi».
Matteo scarica Pier ma è scoperto al centro
Daniele Di Mariod.dimario@iltempo.it «Arrangiati». E lui l’ha preso in parola, tornando tra le braccia del Cav. Dalle parti del Nazareno raccontano che dietro la decisione di Casini di invertire...