Politica

Letta a caccia di petrodollari

Convince gli arabi a investire 500 milioni di euro nella Cassa depositi e Prestiti

Non importa se la Fiat di Marchionne ha messo la sede fiscale all’estero, con un messaggio esplicito sullo scarso apeal che questo Paese offre a chi vuole crescere e fare impresa; non importa che la Ue ci mette al top della classifica per corruzione, il premier Enrico Letta, questa volta sembra davvero aver convinto gli arabi che l’Italia è il posto giusto dove investire. Qualche problemino c’è ma il governo sta facendo del suo meglio per superarli e comunque di qui a breve si riaprirà la ricca partita delle privatizzazioni e quindi per gli investitori stranieri, meglio se gonfi di soldi, sarebbe un’occasione mancata non essere in prima fila. D’altronde l’Italia anche se impoverita, conserva, come un nobile decaduto, ancora qualche gioiello. Ed è questa prospettiva che deve aver attirato gli arabi che in fatto di affari se ne intendono. Ultimo investimento quello di ieri pari a 500 milioni di euro che il fondo sovrano kuwaitiano investirà nella Cassa depositi e Prestiti che, va ricordato, gestisce una parte consistente del risparmio nazionale, il risparmio postale. «È una notizia che ci aspettavamo e siamo felici di riuscire a dare» commenta soddisfatto Letta. «Il fatto che il Kuwait abbia deciso di investire in un solo colpo 500 milioni dimostra che l'Italia è un Paese affidabile, ha creduto nella stabilità e nella fiducia verso il nostro Paese. Sono tanti soldi per superare anche i problemi di credit crunch». E a chi in Italia lo critica replica che il risultato della missione nei Paesi arabi è «la migliore risposta al disfattismo imperante nel nostro Paese. Fuori dall'Italia credono in noi e lavorando i risultati si raggiungono. Sono fondi che creeranno lavoro. Parlano i fatti e non i discorsi». L'investimento dal Kuwait in Italia, ribadisce, «è la dimostrazione che il sistema Italia funziona, che se lavoriamo con un gioco di squadra i risultati ci sono». L’allusione è alle critiche che sono venute dalla Confindustria e da Confcommercio, proprio durante la missione governativa, a quel «disfattismo imperante» che condiziona il dibattito politico e sociale in Italia. Ma Letta non pensa solo al presidente degli industriali Squinzi che lo ha ripetutamente attaccato. Disfattista è anche Renzi. Non nomina direttamente il segretario del Pd ma si riferisce a lui quando precisa che «questa è politica interna, la politica industriale è politica interna». Il discorso vira sulle questioni interne. «Il nostro paese - è l'appunto che arriva da Letta - non si limita ai confini nazionali, sono contento di annunciare i risultati di questa missione. Questi sono risultati di politica interna, sono contento che i paesi de Golfo abbiano deciso di fare investimenti in Italia, daranno più fiducia al nostro paese e realizzeranno posti di lavoro e aiuteranno la crescita». E allora «il governo sta facendo bene, sta portando a casa risultati» e Confindustria dovrebbe cogliere «quel che è successo in questi giorni e dare giudizi non solo di disfattismo, come in questi giorni». Poi sottolinea che fa ritorno a Roma, dopo questi giorni nei paesi del Golfo, «ancora più determinato che la strada intrapresa per far ripartire il nostro paese sia quella giusta». E a proposito di politica interna, l'inquilino di Palazzo Chigi conferma che andrà alla direzione del Pd. «Lo avevo annunciato, è il mio partito». E fa capire che la riunione della direzione del Pd di domani potrebbe essere un felpato braccio di ferro con Renzi. Letta ha intenzione di rivendicare i risultati del suo esecutivo, che «ci sono: anche se dopo grandi sforzi». E le sue missioni all'estero non sono un rodaggio per un futuro da titolare della Farnesina o da commissario Ue, come molti ipotizzavano dopo aver sentito il leader Pd assicurare che Letta dà il meglio di sè in politica estera. Ancora non si sa come si svolgerà la direzione del Pd, ma potrebbe non essere la più serena degli ultimi mesi. Renzi non intende firmare il patto di coalizione prima che la legge elettorale venga votata definitivamente almeno dalla Camera e non è detto che il Jobs Act, di cui in direzione forse si potrebbe cominciare ad accennare ma che dovrebbe essere al centro di una riunione della settimana successiva, diventi un ddl del governo condiviso con le altre forze di maggioranza; alcuni renziani, infatti, ipotizzano che possa diventare un pacchetto presentato dai parlamentari Pd direttamente alle Camere. Insomma, il premier domani chiederà che vengano riconosciuti i meriti del suo governo, li rivendicherà con forza sull'onda del successo di queste giornate emiratine e chiederà al Pd di sostenerlo in modo franco ma anche leale.

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