Sarà la star del carnevale di Viareggio: per la sfilata gli hanno dedicato più di un carro allegorico, uno dei quali lo ritrae nelle vesti di Lorenzo de’ Medici, il Magnifico fiorentino. Matteo Renzi gioca su più di un tavolo: da una parte dialoga con l’opposizione (Silvio Berlusconi) con la quale in certi momenti sembra andare più d’accordo che con i suoi, poi tratta con le spinose minoranze del partito. Che diventano sempre più minoranze. E lancia ami e avvertimenti all’«altra» sinistra chiarendo che per vincere «servono i voti. Non i leader». «Se la questione è che noi dobbiamo fare i portatori d’acqua, non è scritto da nessuna parte che finisca con un’alleanza», scrive su Twitter il leader di Sel Nichi Vendola. Il messaggio è per Renzi e la sua risposta non si fa attendere: «C’è chi pensa che per prendere i voti siano sufficienti le alleanze tra i leader - posta su Facebook - E allora tutti guardano al posizionamento, alle coalizioni, agli accordi. In realtà il mondo è cambiato. Bisogna puntare a prendere i voti degli altri, non i leader degli altri. Bisogna puntare diretti agli elettori, non agli accordicchi vecchia maniera...». Per conquistare consensi il sindaco di Firenze intende spingere sull’acceleratore delle riforme. Per questa ragione, dopodomani, in direzione, si parlerà della proposta del Pd sul Titolo V e sul Senato. Ci sta lavorando il ministro per gli Affari Regionali, Graziano Delrio, «il modello è quello del Bundestag tedesco», riferiscono da Largo del Nazareno. E il sindaco di Firenze potrebbe, già durante questa settimana o nella prossima, fare «campagna acquisti», con una manovra per recuperare una parte della minoranza Pd, quella dei Giovani Turchi. Anche perché per i cuperliani la strada, in questo senso, è angusta visto che «non c’è stato alcun seguito alla questione politica posta da Gianni Cuperlo con le sue dimissioni». Renzi aveva personalmente chiarito che se uno si dimette... se ne va. Senza che nessuno gli debba correre dietro. Comunqe la «squadra allargata» non sarà certo un governo ombra, tanto che nel partito c’è chi preferirebbe che Renzi rompesse gli indugi e traslocasse a palazzo Chigi. Pessima idea, sembra pensare il «Magnifico». Il primo obiettivo è stringere sulla legge elettorale. Per far sì che approdi la prossima settimana alla Camera il governo ha posto la fiducia sul dl Carceri e su «Destinazione Italia». Sarà battaglia e non è escluso che che il testo possa cambiare, sia per quanto riguarda la soglia d’ingresso (si potrebbe abbassarla al 4%), sia sulla questione della rappresentanza di genere. Sul governo, invece, la litania renziana: «è Letta che deve fare una proposta e deve farla anche in tempi celeri». Il premier al momento è impegnato sul piano internazionale. Di «rimpasto» sembra che nessuno abbia voglia di parlare, anche se prima o poi diventerà inevitabile. Al momento il presidente del Consiglio sembra più intenzionato ad attendere la discussione interna al Pd sul contratto di governo. Comunque è Renzi che «conduce le danze» e in un’intervista a «Repubblica», confermando che quando si tornerà alle urne si presenterà «è chiaro, con un’alleanza», ma «se siamo credibili, prendiamo un voto più degli altri. Certo, se per farci paura basta uno starnuto di Casini, allora "Houston abbiamo un problema". Siamo il Pd, noi. Dobbiamo dire qual è la nostra idea di società. Non basta più essere contro Berlusconi». Quel Berlusconi che comunque è un avversario leale che (per adesso) ha mantenuto gli impegni «e non sarà certo il Pd a venire meno alla parola data, visto che la nostra direzione si è espressa». E sull’ex sogno dei centristi «se vogliamo il bipolarismo, non mi stupisce che Casini stia di là. Anzi io assegno all’Italicum la forza di aver salvato questo principio. E ha messo a tacere i cantori della Prima Repubblica». Le ultime manifestazioni del M5S «sono tutti atti tecnicamente squadristi. Alcuni di loro sono dei bravi ragazzi, ma quando scendono Grillo e Casaleggio la linea è chiara. Sperare nel fallimento e aizzare il caos». Quanto al governo, Renzi chiarisce che «tocca al presidente del Consiglio decidere cosa fare. Se pensa che questo governo vada bene, ok. Se pensa che non vada, dica cosa vuol cambiare e quali ministri vuole sostituire. Ma non si usi l’alibi del Pd per evocare un rimpasto o per mettere dei renziani. Questo schema mi inorridisce. Io sono il segretario del Pd e non dei renziani. Non voglio partecipare a vecchie liturgie da Prima Repubblica. Faccia lui. Non sarò mai un vetero-cencelliano. Basta con il quanto dura - aggiunge - è un governo, non un iphone. Questa legislatura - sottolinea - può durare fino al 2018, ma deve affrontare con decisione i problemi veri. Il problema non è il nome del premier, che per quel che mi riguarda si chiama Enrico Letta, ma le cose da fare. Io mi occupo di queste, non di altro».
Renzi il Magnifico preme sull’acceleratore
Vendola alza il prezzo e lui: «Mi servono elettori e non leader». Intanto conquista le minoranze e mette all’angolo gli irriducibili
