Politica

Pentastellati coperti dall’immunità L’indagine dei pm senza sbocco

di Francesco Damato È curioso questo clamoroso e inconcludente passaggio del presidente della Repubblica, nel giro di pochi giorni o ore, da una parte all’altra di fantomatici processi. Ora come...

È curioso questo clamoroso e inconcludente passaggio del presidente della Repubblica, nel giro di pochi giorni o ore, da una parte all’altra di fantomatici processi. Ora come parte offesa da un deputato grillino che gli dà del «boia» e costringe il povero e incolpevole Procuratore capo della Repubblica di Roma - probabilmente per l’esposto di qualcuno indignato ma digiuno di Costituzione - ad affidare a qualche suo sostituto un fascicolo, con relativo dispendio di mezzi e di tempo, per un procedimento di vilipendio destinato a finire su un binario morto. E ora, per iniziativa degli stessi grillini, questa volta mossisi però in gruppo, come possibile imputato, da spingere davanti alla Corte Costituzionale, con un procedimento di cosiddetto impeachment parlamentare, per tradimento e attentato alla Costituzione. Quel «boia» gridato a Giorgio Napolitano dal cosiddetto onorevole Giorgio Sorial - cosiddetto perché i parlamentari del movimento delle cinque stelle preferiscono essere chiamati «cittadini», sentendo attorno a tutti gli onorevoli loro colleghi degli altri gruppi puzza di marcio, e anche di peggio - grida certamente vendetta. Forse anche agli occhi e alle orecchie di chi politicamente ma civilmente dissente dalle decisioni e, più in generale, dal modo in cui «Re Giorgio» esercita il suo mandato presidenziale. Ma difficilmente questa vendetta potrà venire da un tribunale, visti i vincoli immunitari dell’articolo 68 della Costituzione. Che, per quanto modificato nel 1993 per liberare i magistrati dall’obbligo di chiedere l’autorizzazione alle Camere prima di «procedere» contro deputati o senatori, salvo che non si tratti di perquisizioni, intercettazioni e arresto senza flagranza di reato, ha conservato intatto il suo primo comma. Che dice, testualmente: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». È una disposizione, questa, della quale alcuni parlamentari hanno cercato, in verità, di avvalersi anche a torto, invocandola per giudizi espressi ben al di là delle loro funzioni, fisiche e metaforiche. Ma Sorial sembra essersi messo nella classica botte di ferro quando ha insultato Napolitano da una postazione come la saletta delle conferenze stampa nel palazzo di Montecitorio, con tanto di sigle della Camera alle spalle. E senza neppure correre, in quella posizione, il rischio di un intervento in Aula, dove il presidente dell’assemblea avrebbe potuto togliergli la parola, e magari anche espellerlo dalla seduta e sospenderlo da alcune di quelle successive, se lui avesse cercato di insistere nell’insultare il capo dello Stato, o qualsiasi altra persona o istituto ritenuto degno di difesa al vertice di Montecitorio. Per i tempi e i luoghi scelti da Sorial per dare del «boia» al presidente della Repubblica si potrebbe persino sospettare una scelta studiata da specialisti della materia, di cui evidentemente i gruppi parlamentari dei grillini si sono dotati, o si sono affrettati a diventare nell’anno scarso di esperienza maturata dopo l’approdo, l’anno scorso, nei palazzi della Camera e del Senato. Sorial, a torto o a ragione, ha fatto venire in mente con il suo assalto verbale al capo dello Stato quei soggetti penalmente imperseguibili, per età o altre cause, adoperati per compiere nell’impunità, vestita questa volta di immunità, cose che altri pagherebbero invece con processi e condanne. Neppure per il cosiddetto impeachment del presidente della Repubblica, a dire il vero, corrono rischi quanti cercano di promuoverlo anche senza basi solide, solo per percorrere varianti della più generale e irriducibile lotta politica contro l’avversario di turno. Il dirigente comunista o post-comunista Luciano Violante, per esempio, primo firmatario dell’impeachment promosso il 6 dicembre 1991 contro l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che con le sue «picconate» aveva terremotato la politica negli ultimi tempi del suo mandato presidenziale, non ebbe nulla di cui rispondere quando l’azione promossa dalla sua parte politica ebbe, nel giro di poco più di due anni, l’epilogo d’inconsistenza che meritava sul piano giudiziario. Fu solo ammuina politica, della quale ricordo ancora bene come ridesse Cossiga qualche giorno dopo il suo avvio, parlandone con me a Milano in un dopo-cena nella sede della Prefettura. «Quelli - mi disse il presidente riferendosi a Violante e compagni - vogliono solo farmi passare la voglia di parlare. O di far tornare dopo le elezioni Bettino a Palazzo Chigi. O di far passare a qualcun altro la voglia di confermarmi», alla ormai vicina scadenza del suo primo e unico mandato presidenziale. Ma, in effetti, né Craxi riuscì a tornare alla guida del governo, né Cossiga riuscì a rimanere al Quirinale.

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