Politica

L’appello dell’unica superstite a cui Beppe non ha mai risposto

Quando De Girolamo dice "non accetto lezioni morali da chi ha provocato la morte di qualcuno ed è fuggito", non è facile darle torto

L’ex ministro Nunzia De Girolamo non accetta lezioni morali da Beppe Grillo. Ma soprattutto, Beppe Grillo non dovrebbe darne. Nemmeno tentare. Chi, per una colpa, ha sulla coscienza la morte di tre persone, dovrebbe incorrere sì nella pietà umana, perché quelle morti di certo non furono volute, ma dovrebbe anche imporsi un po’ di prudenza visto che sul suo capo pesa anche una condanna definitiva per omicidio colposo. E quando De Girolamo dice «non accetto lezioni morali da chi ha provocato la morte di qualcuno ed è fuggito», non è facile darle torto. È il 7 dicembre del 1981. La famiglia Giberti, padre, moglie e due bambini, si trovano a Limone Piemonte, un piccolo Comune in provincia di Cuneo, per trascorrere una serena vigilia dell’Immacolata. Con loro c’è un amico di famiglia, un comico che nel secolo successivo diventerà un politico col ditino troppo spesso alzato: Beppe Grillo. La giornata è perfetta per andare su alla baita sulla Via del Sale. Renzo Giberti, sua moglie e il figlio maschio, di soli 9 anni, salgono sulla Chevrolet del comico, mentre la piccola Cristina, 7 anni, rimane giù, a casa dell’amichetta. La strada è impervia, stretta, pericolosa. Non c’è neve, ma l’asfalto è ghiacciato. Quando le ruote toccano la lastra di ghiaccio, Grillo perde il controllo dell’auto, che va dritta verso il burrone. Lui apre lo sportello e si butta in tempo fuori dall’abitacolo, salvandosi, ma per il piccolo Francesco e i genitori non c’è nulla da fare. La loro vita finisce quel giorno e la piccola Cristina resterà sola. Una storiaccia che è costata parecchio a Grillo, compresa una condanna penale che gli impedisce, secondo le regole del suo stesso movimento, di candidarsi al parlamento. In un’intervista alla Stampa del 1984 il comico genovese spiegò così l’accaduto: «Ho cercato di assecondare la marcia del veicolo all’indietro, come quando si fa retromarcia, puntando verso una sporgenza di roccia del monte, dove speravo di fermarmi. Per disgrazia ho colpito quella sporgenza con la ruota di scorta esterna e la macchina ha ruotato verso il burrone. Istintivamente ho spalancato la portiera e mi sono lanciato fuori mentre la Chevrolet precipitava». In primo grado venne assolto con la formula dubitativa e dirà: «In questo momento il ricordo struggente va ai poveri Renzo, Rossana e Francesco, i miei cari amici genovesi che non ci sono più. Anche se non mi sento, e per la magistratura non sono, colpevole della loro morte, l’immagine spaventosa di quel che è accaduto quel giorno non mi abbandonerà mai più». Ma in Appello e in Cassazione la magistratura lo giudicherà colpevole. Queste le parole con le quali i giudici, nel 1988, confermeranno la sentenza d’Appello a un anno e due mesi: «La corte (…) ha individuato la colpa di Grillo nell’avere proseguito nella marcia, malgrado l’avvistamento della zona ghiacciata, mentre avrebbe avuto tutto lo spazio per arrestare la marcia, scendere, controllare o quanto meno proseguire da solo». Una «colpa», quella di Grillo, che lo insegue da più di 30 anni. Ma ci sono modi e modi per farci i conti. Nel febbraio dello scorso anno, Cristina, la ragazzina che il fato volle preservare, in un’intervista a Vanity Fair , raccontò alcuni particolari che lasciano più di un dubbio sulla «condotta morale» di Grillo dopo l’incidente. Cristina chiese di poter incontrare Grillo: «È un gesto che devo a me stessa, ma anche ai miei genitori e a mio fratello, che non possono più parlare». Aveva provato più volte a contattare il comico, privatamente, ma senza mai riuscirci: «Ho scritto sul suo blog, spiegando che avevo bisogno di parlare con lui, ma il mio commento non è mai andato online. Ho telefonato al suo ufficio stampa. Ho detto chi ero, ho espresso il desiderio di un confronto privato, mi hanno promesso che mi avrebbero fatto sapere. Mi ha richiamato un nipote di Grillo. Mi ha spiegato che non era possibile venire incontro alla mia richiesta, che tutta la sua famiglia aveva sofferto per l’incidente, che non era il momento di ritornare sull’argomento». E mai, mai, il «moralizzatore a cinque stelle» ha sentito la necessità di andare a trovare quella bambina, ora donna, per darle una carezza. «Grillo non mi ha mai cercata - disse Cristina -, come è possibile che in tutti questi anni non abbia mai sentito l’esigenza di vedermi, di chiedermi scusa? Ogni giorno penso a come sarebbe la mia vita se i miei genitori e mio fratello fossero ancora con me». E Grillo ci pensa?

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