L’ultimo morto in carcere è di qualche giorno fa. È invece di ieri l’ennesima lettera arrivata in redazione di un detenuto «prossimo al suicidio» - così ci scrive - per le invivibili condizioni della cella in cui vegeta con altri nove diavoli reclusi. Riceviamo missive e segnalazioni di questo tipo quotidianamente, da quando a metà settembre sciorinammo un’inchiesta devastante sulla vergogna degli errori giudiziari, dei 50mila innocenti imprigionati, delle 2mila e rotte persone uscite di galera imbullonate dentro una cassa. Ecco perché attendevamo con ansia ciò che avrebbe detto il Primo Presidente dalla Cassazione in quella passerella barbosa e noiosissima che è l’inaugurazione dell’anno giudiziario. L’attesa, e la speranza di buone nuove, è stata ripagata solo in parte. La più alta toga italiana ha sollecitato un indulto per stroncare il dramma del sovraffollamento penitenziario dovuto soprattutto all’abuso della carcerazione preventiva e - aggiungiamo noi - a una scellerata politica sulla giustizia e all’indecente durata dei processi. Un’apertura interessante ma subito corretta posto che l’ermellino non autorizza però nessuno a parlare di «sfascio» e «stato comatoso» della giustizia paralizzata da 9 milioni di processi arretrati (tra civili e penali). Il massimo giudice non ha proferito parola sulla separazione delle carriere, sulla responsabilità civile, sull’amnistia. S’è limitato a tirare le orecchie a qualche pm sovraesposto mediaticamente tornando però ad attaccare la brutta politica che se la prende con la bella e brava magistratura. Come dire: bene l’indulto perché tutto cambi. Se cambierà mai.
Un passo avanti e due indietro
di Gian Marco ChiocciL’ultimo morto in carcere è di qualche giorno fa. È invece di ieri l’ennesima lettera arrivata in redazione di un detenuto «prossimo al suicidio» - così ci scrive - per le...