Il testo c’è, l’intesa sempre meno. Se si dovesse dar retta alle parole pronunciate da Matteo Renzi nell’ultima infuocata direzione Pd - quel «non è una riforma "a la carte", o tutto o viene meno l’accordo» - allora il destino della nuova legge elettorale, così come la sognano il sindaco di Firenze e Berlusconi, potrebbe considerarsi già segnato. Perché il testo sbarcato ieri sera alle 20 in Commissione Affari Costituzionali, dopo ben due rinvii, è sì quello originale sul quale è stato siglato l’accordo. Ma in calce è già sparita la firma di una delle componenti, Scelta Civica. E sulla tenuta dell’intesa si allunga l’ombra dell’opposizione di alfaniani e bersaniani sulle preferenze e della Lega sulle soglie di sbarramento. Il passaggio parlamentare, insomma, sarà durissimo. Lo si è capito già ieri. IL TESTO Nessuna novità nella bozza presentata dal presidente della Commissione, Francesco Paolo Sisto di Forza Italia. Piuttosto la conferma di alcuni aspetti «minori» che finora erano stati solo ipotizzati: non saranno più ammesse le pluricandidature (ci si presenta in un solo collegio. Se va male, amen) né saranno consentiti gli apparentamenti ufficiali all’eventuale ballottaggio. Chi resta fuori al primo giro, con le severissime soglie previste, non potrà rientrare dall’ingresso secondario. Inoltre, è prevista la presenza di almeno il 50% di donne nelle liste dei candidati e una distinzione tra la forza che dovesse vincere al primo turno, che prenderebbe 340 seggi, e quella che invece dovesse trionfare al ballottaggio, che ne prenderebbe 327. IL GIALLO SALVA-LEGA È proprio sulle soglie di sbarramento che si è verificato il primo incidente serio sulla strada della riforma. La Lega, infatti, avrebbe chiesto la conferma di una norma già presente nel Porcellum, quella che garantisce la sopravvivenza dei partiti «territoriali». Come? Derogando al quorum nazionale (il 5% per i partiti «coalizzati») per le forze che superino il 10% in almeno tre regioni. Il Pd ha fatto muro è ha imposto la cancellazione dell’articolo prima ancora che il testo sbarcasse in Commissione. Così, l’approdo inizialmente previsto alle 14 è scivolato prima alle 15 e poi alla serata. Nel frattempo, il segretario del Carroccio Salvini smentiva di aver chiesto «paracaduti» ma Bossi tuonava: «Se ci cacciano dal Parlamento, la Lega è pronta a fare una battaglia di liberazione». La norma, in ogni caso, è sparita dal testo finale. Anche se sono rimaste piccole tutele per le minoranze linguistiche. LA RIVOLTA DEI PICCOLI A quel punto, però, le forze minori come Fratelli d’Italia o Scelta Civica sono insorte. «Se si prevede una deroga per qualcuno, va prevista per tutti» la battaglia comune. A tentare di ricucire è stato ancora una volta Denis Verdini, che ha ricevuto Ignazio La Russa per provare a sedare la rivolta. Per ora il quadro ha tenuto, ma in Commissione la partita sarà tutta da giocare. Vediamo perché. LA FAIDA DEI BERSANIANI A far tremare Matteo Renzi sono soprattutto i numeri. Nella Commissione Affari Costituzionali, infatti, la componente bersaniana del Pd sovrasta quella renziana. Dodici deputati sono riconducibili all’ala sinistra del partito, solo nove all’attuale segretario. Tra i «dissidenti» democratici in Commissione anche alcuni «pezzi da novanta» come lo stesso Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Gianni Cuperlo e Alfredo D’Attorre. Che si dice pronto a presentare emendamenti a favore delle preferenze anche se «mi auguro che alla fine la richiesta sia sostenuta dall’intero Pd». A smorzare gli entusiasmi del segretario anche le parole sibilline di Massimo D’Alema: «Il Parlamento è libero di approfondire, correggere, decidere, secondo le regole democratiche normali» ha detto l’ex premier. Altro che l’«o così o salta tutto» immaginato dal segretario. Oggi la corrente che fa capo a Gianni Cuperlo si riunirà alle 14, nella sala Berlinguer dei gruppi parlamentari a Montecitorio. Obiettivo far capire a Renzi che i numeri, alle Camere, sono ancora a favore dell’ala sinistra. PARTENZA AL RALLENTY La riforma, in ogni caso, rischia subito un brusco stop. In via teorica, il limite per presentare gli emendamenti dovrebbe scadere domani, ma già il voto sul testo base in Commissione è slittato a oggi nel tardo pomeriggio, perché si è deciso di attendere la conferenza dei capigruppo che dovrà calendarizzare l’arrivo in Aula della riforma. Inizialmente si era parlato di lunedì 27 gennaio, ma il poco tempo concesso all’esame del testo e la richiesta di Sel di ritardare l’iter per il proprio congresso che si celebra nel week end, dovrebbero far slittare la discussione a Montecitorio almeno a mercoledì 29. Il partito di Vendola, peraltro, ha già annunciato il suo no alla riforma. Che, per ora, reca in calce solo le firme di Pd, Fi e Ncd. Per ora.
Soglie e preferenze, l’intesa sull'Italicum traballa
Bersaniani pronti alle barricate in commissione contro la bozza Renzi-Cav. La seduta slitta due volte. È giallo sulla norma (scomparsa) «salva-Lega»
