«Quella riforma elettorale lì se la votano alla Camera se vogliono. Qui in Senato non passerà mai. Non si può pensare di farci approvare a occhi chiusi una legge che decreta la nostra fine». Il senatore seduto su una poltrona del Transatlantico di palazzo Madama accenna un sorriso e guarda i suoi colleghi che entrano ed escono dall’aula. «Qui ci sono avvocati, professori universitari, costituzionalisti, professionisti. Nessuno di loro accetterà di trasformare la Camera alta della Repubblica in un assemblea dove, secondo lo schema immaginato da Matteo Renzi, dovrebbero sedere tutti quelli che non hanno trovato un posto in Regione. O qualche sindaco di un paesino sconosciuto». Già perché una parte del problema è proprio questa, oltre a un fastidio evidente contro l’idea di doversi auto-cancellare e trovarsi dall’oggi al domani senza più un posto. La proposta di riforma elettorale prevede infatti che il Senato diventi una Camera delle autonomie in cui siedono esponenti delle Regioni e degli enti locali. Tutti rigorosamente non retribuiti e soprattutto non eletti direttamente dai cittadini. Ma il sospetto è che alla fine questa nuova Camera, che non avrà alcun potere ma servirà solo come strumento di controllo e di riforma proprio delle Regioni, diventi un bel parcheggio per chi non è riuscito a farsi eleggere alle elezioni amministrative, una sorta di premio di consolazione. La rivolta dei senatori è assolutamente trasversale. Sono furiosi nel partito Democratico, dentro Forza Italia e nel Nuovo Centrodestra. «Io dico che almeno 200 miei colleghi su 315 sono non voteranno il testo di quella legge – commenta Andrea Augello, esponente del Ncd – In questi giorni ho sentito molti commenti negativi. Anche perché una cosa è chiedere di ridurre i parlamentari di palazzo Madama a 200, un’altra cancellarli di colpo tutti». Una scelta che metterebbe in difficoltà anche i partiti, costretti a una cura dimagrante drastica: in pratica dovrebbero ridurre di un terzo i posti a disposizione in Parlamento per i propri esponenti. Ma c’è un’altra cosa che fa andare su tutte le furie i paludati parlamentari che siedono a palazzo Madama: in carica resterebbero solo i senatori a vita. Perché per abolirli c’è bisogno di una riforma costituzionale, in quanto sono previsti dalla nostra Carta. Una beffa che pochi sono disposti ad accettare. Per questo tra i velluti rossi dell’aula monta la rivolta. Così come la richiesta ai partiti di rivedere quella parte della riforma elettorale. Del resto il Senato è sempre stato il ramo nobile del Parlamento, quello dedicato alla «riflessione», nel quale fin dall’inizio sedevano intellettuali, scrittori, ambasciatori e magistrati. Così infatti prevedeva lo statuto Albertino che dette vita al primo Senato italiano, i cui membri erano nominati a vita dal Re. E tra chi ne aveva diritto c’era anche chi aveva illustrato la patria «con servizi e meriti eminenti». Per questo ne entrarono a far parte personaggi della cultura italiana come Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci, Benedetto Croce, Guglielmo Marconi e Giovanni Gentile. Un carattere di nobiltà e saggezza, ma anche di sostanziale differenza con la Camera, che il Senato ha poi mantenuto nelle varie trasformazioni avute nel corso di due secoli. Fu, ad esempio, solo nel 1947 che i senatori cessarono di essere nominati direttamente ma scelti con le elezioni. E fu solo nel 1953 che la durata delle due assemblee venne parificata visto che in precedenza i parlamentari di palazzo Madama restavano in carica 6 anni invece di 5. Certo quell’aura di nobiltà e saggezza si è molto sbiadita negli ultimi anni. E basta ripercorrere alcuni recenti episodi per averne la prova. A febbraio del 2008, quando, proprio in Senato, cadde il governo Prodi, dai banchi del centrodestra ci fu chi esultò stappando una bottiglia di spumante (Domenico Gramazio) e chi invece agitò addirittura una fetta di mortadella mangiandosela (Nino Strano). Ma è capitato anche che nella Camera «nobile», oltre agli insulti, diventati ormai pane quotidiano della politica, siano volati addirittura gli sputi: è accaduto il 24 gennaio del 2008 quando il parlamentare dell’Udeur Tommaso Barbato si scagliò contro il suo collega Nuccio Cusumano «reo» di aver annunciato di voler votare la fiducia al governo Prodi. Uno scontro condito da insulti - «pezzo di merda, traditore» – e finito con il senatore aggredito svenuto tra i banchi di palazzo Madama. Oggi la proposta di riforma elettorale di Matteo Renzi prevede che con l’abolizione del Senato ci sia un risparmio per lo Stato di circa 350 milioni l’anno. Basteranno per convincere gli inquilini di palazzo Madama a votare la legge?
Rivolta dei senatori: "Cancellarci? Non voteremo mai quella legge"
"Quella riforma elettorale lì se la votano alla Camera se vogliono. Qui in Senato non passerà mai"
