Il Partito Democratico in pezzi. All’indomani della Direzione in cui è andato in scena l’accesissimo scontro tra il segretario Matteo Renzi e il presidente Gianni Cuperlo, quest’ultimo si è dimesso dall’incarico indirizzando una lettera al sindaco di Firenze in cui si dice «allarmato» per la gestione del partito. Dimissioni che, però, non hanno intenerito Renzi, che ha prontamente risposto con un «mi dispiace ma le critiche si accettano». Sullo sfondo il travaglio della minoranza di sinistra del Pd, sempre più sofferente a causa della svolta autoritaria impressa dal segretario e solleticata dall’ipotesi scissione, seppur ufficialmente tutti neghino l’eventualità. La scelta di Cuperlo è maturata dopo una notte di riflessione. Lo strappo in Direzione con Renzi era stato pesante. Alle obiezioni sulla bozza d’intesa sulla legge elettorale concordata con Berlusconi, e in particolare sul tema delle liste bloccate, il segretario aveva replicato sprezzante definendo irricevibili le critiche di chi «è entrato in Parlamento con il listino». Parole che avevano spinto Cuperlo a lasciare furioso all’istante la Direzione. In serata, la cena con alcuni esponenti della corrente bersaniania che avevano convinto il presidente dell’assemblea a non formalizzare le dimissioni. Una notte di riflessione, però, ha spinto Cuperlo a lasciare. «Ancora ieri, e non per la prima volta - ha scritto nella lettera aperta a Renzi - tu hai risposto a delle obiezioni politiche e di merito con un attacco di tipo personale». «Mi dimetto - ha concluso - perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero». In breve a Montecitorio la notizia ha scosso gli animi. Una prima riunione di minoranza è andata in scena per decidere la strategia della legge elettorale. In alcuni hanno proposto di presentare emendamenti alla legge elettorale, altri come Orfini hanno provato a placare gli animi. Alla fine la riunione si è riaggiornata per attendere le parole del segretario, che avrebbe incontrato il gruppo alla Camera in serata. Ma la risposta di Renzi è arrivata prima: «In un Partito Democratico le critiche si fanno - ha scritto a Cuperlo - come hai fatto tu, ma si possono anche ricevere. Mi spiace che ti sia sentito offeso a livello personale. Sono certo che insieme potremo fare ancora molto per il Pd e per il centrosinistra». Nessuna marcia indietro, quindi, e la parola scissione, seppur solo per essere smentita, continuava a echeggiare nelle parole della minoranza bersaniana: «Il partito non si romperà certo sulle preferenze - spiegavano a mezza bocca dall’ala sinistra - ma il problema della gestione resta. Renzi deve cambiare verso»... Nel frattempo, il segretario si trovava a doversi difendere dalle critiche bipartisan sulle liste bloccate e, nel corso della registrazione di Porta a Porta , provava ad addossarne le colpe a Berlusconi: «Io preferivo le preferenze, ma il Cavaliere non le ha volute. Ho dovuto cedere su quelle come lui ha ceduto sul ballottaggio». Parole che certamente non faranno piacere agli esponenti di Forza Italia e che rischiano ora di mettere ancora più in salita la strada per una riforma che, col passare delle ore, sembra sempre più appesa a un filo. Anche i lavori parlamentari, che nelle intenzioni del segretario avrebbero dovuto essere rapidissimi, rischiano di procedere al rallentatore. Oggi la bozza arriverà nella commissione Affari Costituzionali della Camera, ma per l’approdo in Aula c’è già un piccolo slittamento. Anziché il 27 gennaio, infatti, si dovrebbe partire il 29 per la richiesta di slittamento fatta da Sel per la concomitanza con il proprio congresso. A decidere sarà la riunione dei capigruppo, convocata per domani. Al termine di una giornata a nervi tesi è lo stesso Gianni Cuperlo a provare a riportare serenità: «Non ci sarà nessuna scissione - dice a Ballarò - questo è il nostro partito, lo è stato, lo è e lo sarà. Ma i veri leader dirigono e non comandano». I malumori restano, l’incendio cova sotto le ceneri.
Cuperlo lascia. E Renzi lo ignora
Il presidente del Pd si dimette dopo lo scontro con il segretario. Il sindaco: "Preferenze volute dal Cav. Senza riforme il governo rischia"
