Politica

I comunisti del Pd bocciano Renzi, Cuperlo: "Così non va"

Bagarre: il segretario dem attaca il presidente che esce e non partecipa al voto. Veltroni e Franceschini difendono le riforme. Marini chiede unità

Polveriera Nazareno. La relazione in direzione di Matteo Renzi non piace all’ala Cuperlo che, come previsto alla vigilia, rompe gli argini e attacca frontalmente il segretario. È presto per parlare di scissione, ma mai prima d’ora il Pd ha vissuto una crisi di nervi tanto profonda. Tanti i punti critici. Ai bersaniani non va proprio giù l’accordo con Berlusconi, addirittura oggetto della «gratitudine» del segretario «per aver accettato di venire nella sede del Pd». Renzi parla di «subalternità culturale allucinante» della vecchia classe dirigente nei confronti del Cav. «Io non cambio le mie idee se lui la pensa come me. Se non abbiamo paura delle idee non dobbiamo aver paura di confrontarci con gli altri - dice - Se devo parlare con FI parlo con Berlusconi, il capo indiscusso del centrodestra anche per quelli che sono al governo e che alle amministrative saranno suoi alleati». Renzi poi rievoca il «Pd a vocazione maggioritaria, senza il potere di ricatto dei partitini che hanno fatto cadere Prodi». L’idea di Pd tanto cara a Veltroni, al quale il segretario si rivolge dal pulpito dell’assise. C’è poi il capitolo preferenze, che il segretario aggira: «Non si tratta di liste bloccate, ma di collegi plurinominali». Una scelta necessaria perché «prevista dall’accordo» col Cav. In ogni caso - assicura - «prometto due cose: primarie per la scelta dei parlamentari e vincolo della rappresentanza di genere». Argomenti che non convincono la minoranza interna. Gianni Cuperlo, sfidante di Renzi alle primarie e presidente dell’Assemblea del Pd, va all’assalto. «Si dice che è tutto deciso dalle primarie dell’8 dicembre? Allora è inutile convocare la direzione tra quindici giorni. Andate spediti e ci rivediamo a una nuova direzione che riconvoca le primarie. Funziona così un partito? Io spero di no. E credo di no», attacca Cuperlo, secondo cui l’«Italicum» di Renzi «non convince» ed è «di dubbia costituzionalità» perché «non garantisce né una rappresentanza adeguata, né il diritto dei cittadini a scegliere i propri rappresentanti, né una ragionevole governabilità». Per Cuperlo «non è giusto dire che nulla si può cambiare e che se si tocca una soglia salta tutto» C’è poi la questione Berlusconi: «Era fuori gioco, Renzi lo ha rileggitimato. Un conto è stringere un patto politico su questioni di rilevanza costituzionale, altro farci un governo. Noi abbiamo risposto a uno stato di necessità. Eravamo tutti d’accordo al punto che l’attuale segretario si era detto disponibile a presiederlo quel governo». Sulle liste bloccare Cuperlo provoca e chiede di istituire «per legge» le primarie. Le parole di Cuperlo seguono la reprimenda di domenica di Pier Luigi Bersani e scatenano la bagarre. Il segretario incassa l’apprezzamento di Veltroni, secondo cui dalla nuova legge elettorale può nascere una maggioranza veramente riformista. Per Veltroni «il metodo è giusto. È giusto discutere con gli altri le regole del gioco. Quando gli altri non lo hanno fatto, è stato un disastro. Io provai a fare con Berlusconi» le riforme «e non ci riuscii, perché Berlusconi era troppo forte». Da Veltroni arriva un appello all’unità del Pd. Esigenza condivisa dall’ex presidente del Senato Franco Marini - affossato da Renzi nella corsa al Quirinale - e dal ministro Dario Franceschini, che difende il segretario e blinda il percorso riformista. La replica di Renzi a Cuperlo è però al vetriolo. Prima lo invita a «votare contro» in direzione, perché nel Pd «si discute davvero, ma quando si decide poi si va in una direzione». E, rivolgendosi al presidente Pd, attacca sulle preferenze rinfacciando a Cuperlo di essere stato eletto nel listino. «Avrei capito Fassina che ha preso 12mila voti...». Cuperlo prende e se ne va. Giovani turchi e dalemiani si riuniscono e concordano per l’astensione anziché il voto contrario. A mediare con il presidente dell’assemblea va Davide Zoggia. Dopo la replica (che, secondo Danilo Leva, Renzi «si poteva risparmiare») si vota: la minoranza (34) si astiene, la linea del segretario passa con 111 sì. Alcuni raccontano di un Fassina furente e intento a chiedere le dimissioni di Cuperlo. Ma lui smentisce e denifisce «inaccettabile» l’attacco del segretario al presidente del Pd: «Sono uscito anche io dall’aula. Se fossi rimasto mi sarei astenuto».

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