La partita vera non si giocherà oggi. Quando Matteo Renzi porterà in Direzione la bozza d’intesa sulla legge elettorale concordata con Silvio Berlusconi non dovrebbe avere particolari problemi a vedersela approvata. Discorso ben diverso, però, sarà in Parlamento, con un esercito di eletti bersaniani che potrebbero sabotare la riforma persino se a non si ricorresse - come tecnicamente sarebbe possibile alla Camera - al voto segreto. Da questo punto di vista i segnali arrivati ieri non sono del tutto tranquillizzanti per il segretario. L’ala sinistra del partito, spalleggiata dalla stampa d’area compresa quella Repubblica che sembrava essersi convertita al renzismo, si è schierata apertamente contro la mossa del segretario di incontrare Berlusconi al Nazareno. Una serie di posizioni sintetizzate dallo stesso Pier Luigi Bersani, che ieri ha ricevuto la visita del segretario nell’opspedale di Parma in cui è ricoverato e gli ha rimproverato l’incontro col Cav: «Ospitare Berlusconi al Nazareno - avrebbe detto Bersani - sembra riaprire, dopo l’ultimo ventennio, una parentesi che sembrava chiusa». «L’esercizio della leadership - avrebbe aggiunto l’ex segretario Pd - va fatto tenendo conto delle diverse sensibilità». Ma la questione non è solo il metodo, alcune obiezioni sono state fatte anche sui contenuti. Perché la riforma elettorale ipotizzata sembra, a una prima lettura, una completa concessione ai voleri del Cavaliere. Se in passato Renzi si era espresso a favore di doppio turno e preferenze, il risultato della trattativa ha portato l’intesa esattamente sulla sponda opposta: turno unico e liste bloccate. Due punti sui quali l’ala sinistra del Pd ha già annunciato battaglia. Il primo a mettere nel mirino il segretario è stato l’ex viceministro dell’Economia Stefano Fassina, ormai sempre più leader della corrente di minoranza. «Devo dire con franchezza che mi sono un po’ vergognato dell’incontro con Berlusconi» ha detto Fassina a Sky Tg24. «Questo colloquio non andava fatto - ha continuato - è stato un errore politico. Da ieri pomeriggio (sabato, ndr) la legge è un po’ meno uguale per tutti». Parole che hanno ovviamente provocato l’immediata reazione dei renziani. «Fassina ha fatto un governo con Berlusconi, è stato vice ministro in sintonia con Renato Brunetta. Allora non si vergognava?» ha detto la senatrice Isabella De Monte, membro della Direzione Pd. A contestare il contenuto dell’accordo anche il presidente dell’assemblea Gianni Cuperlo: «In Parlamento e nella società ci sono le condizioni per arrivare a una riforma della legge elettorale che contempli il doppio turno» ha detto l’ex dalemiano. Mentre Cesare Damiano ha annunciato che continuerà la battaglia «per riconsegnare ai cittadini la preferenza nella scelta degli eletti al Parlamento». In questo, l’ala sinistra del Pd sembra aver ritrovato la coesione con Repubblica. Ieri, nel solito editoriale domenicale, Eugenio Scalfari accusava apertamente Renzi di aver riportato in auge Silvio Berlusconi con tutti i rischi che un’operazione del genere comporta. Posizioni già espresse da Unità e Huffington Post. Per carattere il segretario non è certo tipo da farsi intimorire dalle intemerate dei giornali. «Sono stato eletto alle primarie per cambiare le regole del gioco, per rilanciare sul lavoro, per dare un orizzonte al Pd e all’Italia - ha scritto il sindaco di Firenze su Facebook . dopo 20 anni di chiacchiere, in un mese abbiamo il primo obiettivo a portata di mano. L’accordo, trasparente e alla luce del sole, è molto semplice». Resta l’incognita su quanto il segretario sia capace di mantenere la coesione all’interno del partito. Renzi è convinto che alla fine, con i vari distinguo del caso, tutti i parlamentari lo seguiranno. «Non hanno altra scelta - commenta un parlamentare vicino al sindaco - perché se dovessero creare un incidente alle Camere il risultato immediato sarebbe la caduta del governo». Un esito che nessuno può permettersi, perché avrebbe l’aperta contrarietà del premier Enrico Letta e del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’unico ragione che potrebbe spingere davvero i bersaniani a rompere sarebbe la possibilità di tornare alle urne rapidamente con il sistema elettorale partorito dalla Consulta, un proporzionale con le preferenze che li favorirebbe per due motivi: impedirebbe a Renzi di comporre le liste eliminando le candidature «scomode» e costringerebbe il Paese a un’altra stagione di larghe intese, fiaccando la leadership del rottamatore. Ma sarebbe una mossa rischiosissima, che oltre a danneggiare pesantemente il Paese colpirebbe in maniera mortale anche il Partito Democratico.
Renzi da Bersani, subito scintille
Il segretario in visita all’ospedale, Pierluigi gli rimprovera l’incontro col Cav «Stai riaprendo una parentesi che era chiusa». Oggi la direzione del partito
