Politica

Il flirt Renzi-Cav fa ingelosire il Pd

L’ira dei bersaniani: così addio maggioranza, non votiamo il modello spagnolo. Letta prova a ricompattare il partito e media per una legge elettorale condivisa

Matteo Renzi nella direzione di giovedì ha tirato troppo la corta. E mezzo Pd ora gli si rivolta contro. All’ala Cuperlo l’accordo concluso con Berlusconi sulla legge elettorale non va giù, perché rompe la maggioranza e mette a rischio la vita del governo. La minoranza Pd trova sponde nel’AreaDem del ministro Dario Franceschini, che di modello spagnolo, il «Porcellinum» o «Verdinium», non vuole sentir parlare. Così come i lettiani. Francesco Russo, senatore Pd vicinissimo al premier, chiarisce che un accordo col Cav sarebbe una bomba per il governo e col voto segreto non avrebbe comunque i numeri a Palazzo Madama. Il segretario ostenta sicurezza e sin dalla mattina usa Twitter per cementare il Pd «che non balla» e rilanciare: «Molti cercano di frenare ma io non mollo». Il Nazareno va in frantumi: su intesa con l’uomo di Arcore e modello spagnolo molte anime Dem non sono dispote a fare sconti. La considerazione è semplice: tre quarti dei parlamentari renziani è eletta col listino bloccato; Renzi ha difficoltà a controllare i gruppi parlamentari. Di qui l’opportunità d’una legge elettorale senza preferenze, con liste corte bloccate per blindare i suoi, che con le preferenze avrebbero qualche problemino. Il segretario vuole gruppi a propria immagine. Logico che i signori delle preferenze non ci stiano. Sono quelli, i voti, l’unica arma per frenare Renzi e impedirgli di spazzare via la classe dirigente antagonista. Di qui lo stop intimato al sindaco. A uscire allo scoperto è il presidente del Pd Gianni Cuperlo per cui è giusto parlare con tutti, ma l’accordo va stretto prima con la maggioranza, «le condizioni per il doppio turno di coalizione ci sono». Tesi largamente condivisa tra i Dem. Per D’Attorre «se si chiude il patto con Berlusconi sulla legge elettorale la maggioranza finisce. Lo spagnolo in salsa italica è invotabile». E Stumpo è netto nel ribadire che prima si trova l’accordo all’interno della maggioranza e poi si lavora per allargarlo alle opposizioni. Nuovo Centrodestra, Scelta Civica e Popolari per l’Italia chiedono un vertice di maggioranza su legge elettorale e riforme. Ma i renziani non ci sentono. La diplomazia è al lavoro. A Palazzo Chigi c’è ottimismo: a nessuno conviene far cadere il governo e votare col proporzionale. Nel colloquio di giovedì sera Letta ha capito che la caduta del governo è un rischio che Renzi tiene in conto. Qualcuno dei lettiani più preoccupati ritiene addirittura che potrebbe spingere per una crisi per poi sostituire Letta senza elezioni. Il premier sta imbastendo una mediazione per trovare una soluzione che vada bene sia ad Alfano che a Berlusconi. La maggioranza intende varare un quarto modello, diverso dai tre proposti da Renzi. Il lodo-Letta prevede una sorta di sindaco d’Italia a turno unico con premio di maggioranza con soglia, liste corte bloccate, soglia di sbarramento. L’incognita è Berlusconi. A Palazzo Chigi il timore che gli alleati possano staccare la spina in caso d’intesa Renzi-Cav c’è. Diverso sarebbe se si giungesse a un accordo che, partendo dalla maggioranza, aprisse a FI. Ad aprire un varco all’intesa è lo stesso Renzi, che atraverso il professor D’Alimonte, propone un proporzionale a turno unico, circoscrizioni piccole con liste bloccate corte, ma con una ripartizione dei seggi su base nazionale, soglia di sbarramento «accessibile» non inferiore al 5% e premio di maggioranza.

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