Si sono telefonati il primo dell’anno, per «uno scambio diretto di auguri e solidarietà», come comunicato dal Quirinale «e questo si è aggiunto alle espressioni di augurio per il nuovo anno che si erano rispettivamente indirizzati in occasioni pubbliche». Papa Francesco e il presidente Napolitano sono uniti da un impegno difficile. L’uno è la guida spirituale dei cattolici (e non solo loro), ma è anche un capo di Stato con responsabilità non solo religiose. L’altro è il Capo dello Stato Italiano, ma Re Giorgio è anche un po’ il «pontifex» di un Paese in cerca della strada giusta. Due «guide», perciò, unite anche da un altro destino: quello di spronare al cambiamento, alle riforme e anche senza troppi complimenti. E quando i «nuovi picconatori» colpiscono, tutti applaudono. Anche e soprattutto i picconati. L’anno appena trascorso è stato segnato dalla rielezione di Giorgio Napolitano. Mai infatti nella storia della Repubblica un presidente è salito due volte e in modo consecutivo al Quirinale. Dopo ben cinque fumate nere, al sesto scrutinio, lo scorso 20 aprile, a Napolitano viene affidato il secondo mandato da presidente della Repubblica. La sua candidatura è appoggiata da Pd, Pdl, Scelta civica e Lega Nord, e ottiene 738 voti. Ma non è una ri-elezione indolore. Napolitano, 87 anni, aveva più volte ribadito di non voler affrontare un altro settennato, ma il Paese senza governo non poteva sopravvivere anche senza capo dello Stato. Napolitano diventa così il primo presidente italiano rieletto, oltre a detenere il primato di essere il primo capo dello Stato nato politicamente nel Pci. E il discorso di insediamento tutto è meno che un ringraziamento a chi l’ha rimesso sulla poltrona dalla quale si era appena alzato sperando, finalmente, di avere come principale occupazione quella di nonno felice... Quel 22 aprile Giorgio Napolitano ha strigliato l’intero Parlamento che non riusciva a mettersi d’accordo nemmeno sul nome di un nuovo presidente. Nonostante questo per il primo cittadino appena rieletto risuonano tre standing ovation e 30 scrosci di applausi. Il più caloroso quando il capo dello Stato si commuove ricordando la prima volta in cui è stato eletto: «Permettete che ve lo dica uno che entrò qui da deputato all’età di 28 anni e portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica». E riteneva fosse ora di fermarsi. Ma al richiamo unanime delle forze politiche Napolitano non ha potuto dire di no: «Per quanto potesse costarmi, ho ritenuto di non poter declinare l’appello, mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del Paese». E avverte: la sua disponibilità non può essere eterna. «Manterrò il mio secondo mandato fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». E ancora: «Se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese». E ancora giù applausi. I toni non si sono ammorbiditi con il tempo. Anzi: nel discorso di fine anno l’avvertimento di Re Giorgio è diventato un ultimatum: subito le riforme, perché «resterò presidente fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e possibile e fino a quando le forze me lo consentiranno. Fino ad allora, e non un giorno di più, e dunque di certo solo per un tempo non lungo». E anche stavolta sono giunti gli applausi, più radi anche, naturalmente, da quelli che le famose riforme ancora non le hanno fatte. Papa Bergoglio, contemporaneamente, invita a non dimenticare, nei giorni di festa, quelli che non possono festeggiare e non è meno severo. «Sulla via dolorosa dell’esilio, in cerca di rifugio in Egitto, Giuseppe, Maria e Gesù sperimentano la condizione drammatica dei profughi, segnata da paura, incertezza, disagi - dichiara pochi giorni fa - Purtroppo ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà». Inoltre «quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie». Un riferimento preciso al tifone di polemiche che ha travolto le strutture di accoglienza. Condiviso da tutti con plauso. Parlando della grande bellezza e dell’estrema povertà che convivono a Roma, alla presenza del sindaco Marino ha precisato: «Il volto di una città è come un mosaico le cui tessere sono tutti coloro che vi abitano. Certo, chi è investito di autorità ha maggiore responsabilità, ma ciascuno è corresponsabile, nel bene e nel male». L’immediata risposta del sindaco è stata: «Ancora una volta mi trovo a condividere profondamente il pensiero del vescovo di Roma, Papa Francesco».
Picchiare duro in nome del Papa Re
Napolitano e Bergoglio: due capi di Stato che non fanno sconti. Tutti applaudono i nuovi "picconatori". Anche quelli che le prendono
