Un anno, economicamente disastroso, si chiude. Un anno, senza troppe speranze, si apre. Il traghettamento al 2014 non autorizza a pensare a un futuro migliore, anche se il premier Babbo Natale regala entusiasmo e illusioni. Essendo abituati a ragionare su dati reali, attuali e di prospettiva, riesce arduo vederla rose e fiori. La pressione fiscale sfiora il 48,68 per cento. Le tasse sulla casa hanno nuovi nomi, sono state diluite, spezzettate e altrove riproposte. I tagli agli sprechi si devono ancora vedere al contrario degli aumenti sulle bollette che i contribuenti italiani vedranno a gennaio nella buca delle lettere. La disoccupazione cresce ancora, i poveri raddoppiano rispetto al 2005, i consumi calano, commercio e artigianato rischiano, l’edilizia è ferma. Una dopo l’altra chiudono o si ridimensionano le industrie storiche, quelle bene avviate e più strutturate: fra le 240mila società defunte spuntano un’infinità di grandi marchi e di piccole e medie imprese. L’economia, insomma, è al collasso mentre altrove, in Europa, ha ripreso a correre. E se alla fine dell’anno la macchina produttiva italiana nemmeno cammina bisogna chiedere conto a una politica litigiosa, arroccata sugli interessi di bottega, trascinata in nuove inchieste, lontanissima dalla gente quanto incapace di risolvere persino le emergenze e i bisogni minimi di sopravvivenza. Dopo la figuraccia sulle mille marchette autorizzate per proroga, il capolinea è raggiunto da chi continua a promettere l’Eden navigando a vista. Lo scadente dibattito politico di questi giorni è lo specchio dei tempi che corrono e che, sotto sotto, sta convincendo i più scettici che forse si stava meglio quando si stava peggio, e che la sfiducia nel Parlamento attuale vale un raffronto con la Prima Repubblica. Il qualunquismo un tanto al chilo e l’antipolitica populista sono entrambi da stigmatizzare ma le storie da brivido del 2013 sui suicidi per la crisi (uno ogni quattro giorni di media) invitano tutti a riflettere, dai parlamentari che se ne fregano ai connazionali continuamente fregati. E se proprio dobbiamo augurare buon anno, almeno incrociamo le dita.
Un anno da brividi Archiviamolo
di Gian Marco ChiocciUn anno, economicamente disastroso, si chiude. Un anno, senza troppe speranze, si apre. Il traghettamento al 2014 non autorizza a pensare a un futuro migliore, anche se il...