L’impressione è che alla fine su Matteo Renzi calzi a pennello il vecchio adagio secondo cui il cane che abbaia difficilmente finisce col mordere. Perché è sì vero che il segretario del Pd non perde occasione di punzecchiare il presidente del Consiglio Enrico Letta, ma è altrettanto vero che pensare di disarcionarlo per andare a elezioni anticipate si fa ogni giorno più complicato. In un colloquio con il quotidiano La Stampa , Renzi prende le distanze da Letta e dal suo vice e leader di Nuovo centrodestra Alfano. Lui, Renzi, è diverso perché è stato scelto direttamente dal popolo Dem, perché ha ricevuto dagli elettori del Pd «un mandato popolare». Così non è stato né per Letta né per Alfano. «Io - rimarca il segretario del Nazareno - sono totalmente diverso, per tanti motivi. Le cose bisogna raccontarle per come stanno. Lui, Enrico, è stato portato al governo anni fa da D’Alema, che io ho combattuto e combatto in modo trasparente; e Alfano al governo ce l’ha messo Berlusconi, quando io non ero ancora nemmeno sindaco di Firenze. Io ho ricevuto - sottolinea Renzi - un mandato popolare. Per questo con l’anno nuovo si passa dalle chiacchiere alle cose scritte: i due temi capitali sono lavoro e riforme». Certo, il giudizio di Renzi sul governo resta critico. «Potevano risparmiarsi e risparmiarci tante cose - dice - E la faccenda della nomina da parte di Alfano di diciassette nuovi prefetti è solo la ciliegina sulla torta». Ma di rimpasto il segretario Pd non vuole sentir parlare, «quella parola, intendo rimpasto, non l’ho mai pronunciata e mai la pronuncerò». «Io - aggiunge - fatico a tenere Delrio al governo, perché ogni tanto mi dice che vorrebbe lasciare: è quello il mio problema, non ho alcun interesse a mettere pedine e scambiare caselle, chiedo solo che si cambino stile e velocità nel governo». Ma è altrettanto vero che Renzi vorrebbe che il Pd, azionista di maggioranza del governo, contasse di più di un partito, il Ncd di Alfano, che ha cinque ministri ma meno parlamentari di Scelta Civica. Renzi vorrebbe poi ridefinire gli equilibri del Pd nel governo, giacché tranne il renziano Delrio, la compagine democratica nell’esecutivo si basa sull’asse Letta-Bersani. Il segretario vorrebbe discontinuità nei dicasteri economici, con Saccomanni (Economia), Zanonato (Sviluppo economico) e Giovannini (Lavoro) nel mirino. Così come non è contento del ministro della Cultura Bray. E vorrebbe sfoltire la compagine di Ncd. Ma Letta è contrario, anche perché il rimpasto aprirebbe il fronte con Sc. Di qui la cautela di Renzi a parlare di rimpasto. È sulla legge elettorale che il segretario Pd prepara una nuova offensiva, anche contro Grillo e Berlusconi: «Vediamo cosa risponderanno, ma io con loro ci parlo e ci parlerò». E sul voto in primavera frena: «Calma, bisogna tener fede a quando detto: se Letta fa, va avanti». Anche perché tra Napolitano, Milleproroghe, legge elettorale e riforme la cruna dell’ago è davvero troppo stretta. E a escludere le elezioni è anche il giovane turco Matteo Orfini che a L’Unità spiega che «il governo non va, ma chi sta male, i cittadini, ci chiedono di farlo funzionare non di votare» e ripropone il tema del rapporto tra segretario e gruppi parlamentari. Alla fine la strategia di Renzi è chiara: alzare la voce per far contare di più le posizioni del Nazareno a gennaio quando si andrà a definire il contratto di governo con Letta, Alfano e il resto della maggioranza.
Renzi abbaia. Ma non morde Letta
Il segretario prende le distanze dal premier e da Alfano e attacca il governo Ma nei gruppi parlamentari del Pd è in minoranza. E non può far cadere l’esecutivo
