L’aumento di capitale è rinviato. Il piano del presidente di Monte Paschi, Alessandro Profumo, di approvare la ricapitalizzazione la banca per 3 miliardi entro gennaio per ripagare subito una parte dei 4 miliardi di Monti bond, è ufficialmente fallito. L’assemblea degli azionisti ha detto no con una percentuale bulgara del 69%, e poi votando sì (con un 81%) al piano della Fondazione che chiedeva di fare l'aumento dopo il 12 maggio. Il presidente, prima del voto, aveva messo in evidenza i rischi legati ad un rinvio dell'aumento di capitale per le incertezze dei mercati e della politica nei prossimi mesi, nonché l'importo degli interessi che la banca pagherà da ora fino a maggio che sono pari a 95 milioni di interessi in più sui 4,071 miliardi avuti lo scorso 28 febbraio dallo Stato. Parole però che non hanno influenzato la Fondazione e nemmeno i piccoli azionisti. L’esito dell’assemblea avrà ripercussioni anche sui vertici. Profumo e l’ad Fabrizio Viola potrebbero lasciare Mps al primo cda del 2014. Oltre agli interessi sui Monti bond restano sul groppone della banca, a prescindere dall'aumento di capitale, ancora 28 miliardi avuti dalla Bce dal piano Ltro. La Fondazione resta azionista al 33,5% e avrà più tempo per vendere parte di questo capitale per coprire i debiti da 350 milioni e partecipare all’aumento di capitale. Sia Profumo che Viola al termine dell’assemblea hanno messo in evidenza i rischi che corre la banca. «Con l'aumento di capitale a gennaio la banca si sarebbe ritrovata in sicurezza patrimoniale, ora manca una gamba importante del piano di risanamento» ha detto Viola. Profumo ha smentito la tesi del «duello personale» con il presidente della Fondazione Antonella Mansi e ha prospettato uno scenario di «grande incertezza». Perché «cosa succederà sul mercato non dipende da noi e per creare un consorzio di garanzia su un aumento di capitale così complesso come questo, bisogna dare certezze a chi investe». Il presidente ha anche smentito l’ipotesi di ingerenze della politica: «non ha nessun peso nelle decisioni della banca». Invece è stato «sentito più volte il ministero dell'Economia ma non è la politica, ma un organo di governo ed in più nel caso del ministro Saccomanni una personalità peraltro tecnica». Per la Mansi «non ci sono nè vinti nè vincitori. C’è stato un confronto ma non sempre è possibile trovare una mediazione. Ci sono legittime posizioni che talvolta possono non essere conciliabili». Quanto al futuro dei vertici ha precisato che «non c'è stata nessuna sfiducia». Ora si attende il giudizio del mercato quando domani riaprirà la Borsa. «Non ho la sfera di cristallo e mi auguro non ci sia nessuna conseguenza. Sono convinta che sia stata chiarita definitivamente l'incertezza sull'aumento di capitale» ha detto la presidente della Fondazione. Cosa succederà se nei prossimi mesi, l'incertezza evocata da Alessandro Profumo si trasformerà in ribassi reali? I numeri sul tavolo sono drammatici. Nel 2013 Mps tra Monti e Tremonti bond ha speso 330 milioni solo di interessi (30 legati a due mesi di Tremonti bond, 299,7 milioni relativi ai Monti bond attivi dal primo marzo). Nel 2014 potrebbe anche andare peggio, visto che il tasso di interesse salirà dal 9 al 9,5% e la massa di capitale sarà immutata a 4 miliardi per almeno 5 mesi, per un esborso di 161 milioni. Approvando l'aumento di capitale da 3 miliardi, e facendolo partire al primo febbraio 2014 si sarebbero risparmiati 95 milioni in 4 mesi. Allungando i tempi la banca pagherà 30 milioni in più. Se poi l'aumento di capitale non dovesse essere approvato a fine maggio, 200mila risparmiatori vedranno slittare di mesi o anni la loro cedola sul subordinato decennale Upper Tier 2, che nel 2008 portò 2 miliardi nelle casse della banca per finanziare la sciagurata acquisizione di Antonveneta. Se poi l'aumento non si riuscisse a fare, per l’indisponibilità di banche o finanziatori che diano vita ad un consorzio di garanzia, c’è il rischio che la banca sia nazionalizzata. Se invece l'aumento di capitale si farà, i tempi sono già determinati. Dal 12 maggio in poi infatti la banca avrà due settimane per la negoziazione diritti, poi un'altra settimana per l'inoptato, e quindi a luglio con i soldi incassati sarà pagata allo Stato la famosa rata 2013 sul Monti bond da 330 milioni. Il consorzio di garanzia dovrà essere organizzato prima del 12 maggio. Ma se i mercati crollano, tutto questo progetto potrebbe restare sulla carta. Non solo. C’è il rischio che la banca vada in mani straniere. Su questo Profumo è stato chiaro: «Da dove arrivavano i 3 miliardi non mi interessa, ma se la banca è ben gestita resta la banca e resta a Siena. Se non arrivano i 3 miliardi e la banca non è ben gestita la banca sparisce».
Mps, bocciato l’aumento di capitale
Non passa il piano di Profumo. Decisivo il voto della Fondazione L’operazione slitta a maggio. Salta la restituzione di 4 miliardi al Tesoro
