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Cuffaro: «Volevo uscire per scontare la pena aiutando i bisognosi»

L'ex governatore: «Accetto e rispetto la sentenza del Tribunale di sorveglianza anche se, per un attimo, avevo sperato...».

«Accetto e rispetto la sentenza del Tribunale di sorveglianza anche se, per un attimo, avevo sperato...». Totò Cuffaro non potrà ottenere l’affidamento in prova ai servizi sociali. «Ci avevo creduto. Pensavo di poter continuare a scontare la mia pena aiutando gli ultimi, i bisognosi. Quelli che, come me, hanno bisogno di speranza. Non sarà possibile. Secondo i giudici, non sono ancora rieducato e risocializzato». Attraverso il suo legale, Manlio Morcella, l’ex governatore siciliano condannato a sette anni per favoreggiamento alla mafia risponde alle domande de Il Tempo . Cuffaro, ora che farà? «Continuerò a studiare. Mi sono iscritto alla facoltà di Giurisprudenza. Leggo, preparo gli esami. E vivrò ancora il carcere, e tutto quello che ciò significa in termini di sofferenza, fatica, privazioni, non smettendo mai di coltivare la fiducia e la speranza. Mi sforzo e lotto e cerco di resistere per non diventare un uomo di sbarre. E poi prego. Prego molto». Che posto è il carcere? «È un luogo difficile, pieno di dolore, miseria, pesantezza. Ma, mi creda, è anche un luogo dove può trovare straordinari esempi di umanità e di solidarietà. Le posso dire che qui ho trovato nuovi amici». Che cosa le manca di più? «Sono straziato dalla lontananza dalla famiglia. È lei che mi manca. Soffro per le persone che ho lasciato e che mi vogliono bene con cui non posso scambiare un abbraccio, un bacio. Questo è il dolore lancinante che mi porto dentro». Ha paura che, con questo primo rigetto da parte del Tribunale di sorveglianza, la sua storia carceraria abbia già un finale scritto? «La mia condanna è cosa diversa da quel che io sono realmente. Io non ho nulla a che fare con la mafia. Non sono un fiancheggiatore di Cosa Nostra né un disvelatore di segreti. Sono e resto, invece, checché possa pensarne qualcuno, ancora un uomo delle istituzioni. Mi sento e sono e continuerò a essere un servitore dello Stato. E come tale ho il dovere morale, intimo, di comportarmi». Il che significa? «Significa che, così come ho rispettato una sentenza di condanna che ritengo assolutamente non corrispondente al vero, rispetto quanto ha deciso il Tribunale di sorveglianza. Non potrò uscire dal carcere. Ne sono addolorato. Avevo coltivato una speranza, che si è dissolta. Io continuerò a essere fiducioso. E non smetterò di esserlo». Eppure, la sua è una perseveranza difficile da mantenere quando si chiudono le cancellate di ferro alle spalle. Bisogna essere o molto forti o molto deboli per non lasciarsi andare... «Le dico una cosa: il carcere non contiene solo corpi, ma anche anime. Spero che questo, prima o poi, lo Stato lo capisca e decida di comportarsi di conseguenza. Perché queste anime devono essere rispettate. E, comunque, io ho una ferma e assoluta convinzione: che con gli amici, la famiglia, l’amore delle persone che mi vogliono bene e l’aiuto della Madonna tornerò alla vita del mondo. E vivo, oggi, nell’attesa di quell’attimo». E quando lo avrà raggiunto cosa farà? «Mi sono fatto una promessa: di aiutare quest’umanità sofferente che sta vivendo, come me, questa condizione. Farò qualcosa per tutte queste persone. Per alleviare il loro dolore che oggi è anche il mio dolore. Lo conosco. So quanto può far male». Quanto la sta aiutando la Fede, in questo momento? «Molto. Moltissimo. È indispensabile, per me. Io ho una grazia, anche in questo luogo di sofferenza: il dono di credere». Lei ha scritto un libro di prossima uscita: si chiama «Il Santuario di sbarre». Perché ha bisogno di mettere su carta i suoi sentimenti, le sue emozioni? «Le confesso che scrivere è uno dei modi che ho per parlare a me stesso. Scrivendo, io mi guardo in uno specchio. E posso riflettere oltre che riflettermi. Così, mi rivolgo anche alla mia memoria e alla mia libertà di pensiero per avere e vedere ciò che le mura, i cancelli, le serrature, gli sbarramenti mi vietano. Un foglio di carta e una penna sono, per me, un paio di ali. Mi consentono di andare dove, oggi, non posso». Alla istanza di affidamento ai servizi sociali, anche il procuratore generale di Roma aveva espresso parere favorevole sulla scorta dei più che positivi esiti delle relazioni degli assistenti sociali del carcere di Rebibbia, dove l’ex presidente della Regione Sicilia sta scontando la pena. Relazioni che testimoniano come Cuffaro sia oggi un detenuto modello. Che si è completamente riabilitato e che potrebbe essere, a sua volta, da esempio per altri detenuti per aiutarli nel loro cammino. I giudici di Sorveglianza hanno però deciso per la bocciatura della richiesta. Con una motivazione che, a conti fatti, sembra viaggiare sul filo del paradosso logico. Infatti, secondo i magistrati, l’ex governatore non è meritevole della misura della liberazione anticipata perché non avrebbe ammesso le proprie colpe e non avrebbe collaborato con l’autorità giudiziaria. Giudizi e valutazioni che stridono con la posizione processuale e personale di chi, come Cuffaro, si è sempre professato innocente. Inoltre, trattandosi di una sentenza definitiva su un singolo fatto specifico, che nel corso del processo è stato «scandagliato» in tutto e per tutto, grazie alla presenza di due collaboratori di giustizia, una eventuale collaborazione dell’ex presidente della Regione Sicilia che «valore premiale» potrebbe avere? E ancora: che senso ha parlare di detenzione come momento di rieducazione se, poi, il carcere rischia di diventare una industria per la fabbricazione di pentiti? Ma questo, Totò, non lo dirà mai. Al suo avvocato ha ripetuto più e più volte che intende rispettare ciò che i tribunali della Repubblica hanno deciso. Ed è da questo punto che non può che riprendere l’intervista. «Non cerco attenuanti e non scappo davanti alle mie responsabilità. Non mi rifugio nell’indifferenza rispetto a ciò che vivo, rispetto a ciò che osservo, rispetto agli incontri che faccio e alle anime che incrociano la mia strada. Sono e continuo a essere il primo e più convinto difensore delle mie ragioni e della mia innocenza». Eppure? «Non c’è un eppure ma un nonostante. E ciò nonostante, appunto, non posso non continuare a credere in quelle istituzioni che hanno mortificato la mia dignità». Domani la aspetta un giorno identico a quello di oggi che, a sua volta, è la fotocopia di quello di ieri e così via. E questo accadrà fino al momento in cui potrà ritrovare la libertà. Lei si dice rispettoso e fiducioso. Ma non è semplicemente stanco? «Certo che sono stanco. Anzi, sono molto stanco. Ma devo trovare la forza per completare quest’ultima parte finale del cammino. Poi, c’è il cielo azzurro senza sbarre che mi attende».

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