Più che una passione è un’ossessione. Quella del gioco per gli italiani è una vera malattia. Questo quanto emerge da una serie di indagini e studi condotti dall’Istituto di Ricerca Ipsos. I numeri parlano chiaro: i giocatori cosiddetti «problematici» rappresentano circa l’1,65% della popolazione adulta, ovvero oltre 790.000 persone. Una percentuale che pone l’Italia nella parte alta di questa speciale classifica che vede la Svizzera all’ultimo posto con lo 0,02% e l’Irlanda primeggiare con il 2,2%. A metà graduatoria si piazzano invece la Germania con lo 0,2% e la Gran Bretagna con lo 0,7%. Quello problematico è un giocatore «onnivoro», ovvero pratica più giochi rispetto agli altri, vi dedica più tempo e spende somme di denaro più elevate. Inoltre nutre credenze errate rispetto al gioco, sovrastimando le proprie capacità di vincita e il proprio controllo sull’esito delle scommesse. In poche parole: al momento della giocata è convinto quasi sempre di vincere. Tutto ciò lo porta a essere scarsamente efficace nell’autoregolazione del suo comportamento. Il profilo di questa tipologia di giocatore è piuttosto definito. Si tratta per la maggior parte di uomini (64% dei casi), soprattutto nella fascia di età tra i 35 e i 54 anni, residenti prevalentemente nel nord-est del Paese (38%) e in centri medio-grandi (29%). Molto spesso il loro comportamento è «ereditario», nel senso che anche altri membri della famiglia giocano eccessivamente, genitori compresi (21%). I giocatori «problematici» spesso riescono a spendere addirittura più di quello che guadagnano mensilmente, attraverso prestiti, e comunque non riescono a risparmiare nulla (39%), tanto da contrarre frequentemente debiti con finanziarie o con privati (53%). Generalmente gli «onnivori» posseggono un titolo di studio non elevato (scuola media inferiore nel 55% dei casi) e un reddito basso (compreso tra i 15 mila e i 30 mila euro annui). Il profilo psicologico evidenzia inoltre che si tratta molto spesso di persone che hanno poca fiducia in se stesse e scarse prospettive sociali, nonché un’accentuata tendenza al pessimismo. Solo una piccola percentuale dei giocatori «problematici» possiede un titolo di studio elevato e un buon reddito: sono i cosiddetti «benestanti» che dispongono di strumenti interpretativi più raffinati che gli consentono di ricordare meglio le informazioni relative alle regole del gioco. Al primo posto tra le professioni a rischio ludopatia ci sono gli operai, seguiti dagli insegnanti e dagli impiegati, mentre tra le donne la categoria potenzialmente più attratta dal gioco sono le casalinghe. Dal 2008 al 2012 si è verificato un preoccupante incremento della percentuale di giocatori «problematici», sia maschili sia femminili, con ripercussioni gravi sulle condizioni finanziarie della loro famiglia di appartenenza. Come intervenire per porre un freno alla ludopatia? Secondo la ricerca dell’Università Cattolica di Milano è fondamentale attivare una rete sociale di sostegno (familiari, amicizie, conoscenze, servizi sociali) del giocatore potenzialmente a rischio, cercando di dotarlo di strumenti interpretativi adeguati e smontando le false credenze che arrivano soprattutto da un linguaggio pubblicitario che tende a esaltare le possibilità di vincita. L’84% dei giocatori a rischio, infatti, afferma come dalla pubblicità emerga che vincere è facile e il 52% sottolinea come sia lasciato intendere che il gioco possa risolvere i problemi economici. Fondamentale è intraprendere un’operazione di sensibilizzazione sugli adulti affinché siano poi in grado di tutelare i i minori contro i rischi del gioco. Tutto ciò anche in vista dell’evoluzione di questa vera e propria industria che punterà sempre di più sull’on line, metodologia più difficile da controllare e sempre più a portata dei giovanissimi, abili nell'utilizzo di Internet. Nella ricerca, infine, si evidenzia come il contrasto al gioco minorile richieda un approccio integrato che coinvolga famiglia, scuola e Stato. A quest’ultimo, in particolare, è richiesta una maggiore presenza come regolatore e tutore.
Boom di incalliti e «problematici» Con il web anche i minori a rischio
Andrea Barcariol Più che una passione è un’ossessione. Quella del gioco per gli italiani è una vera malattia. Questo quanto emerge da una serie di indagini e studi condotti dall’Istituto di Ricerca...
