Politica

Renzi copia il Cav sull’articolo 18

Il segretario del Pd rilancia la norma proposta da Berlusconi nel 2002 Allora la Cgil si scatenò in piazza. E oggi il sindaco è costretto a frenare

È diventato segretario da poco meno di due settimane, ma Matteo Renzi è già alle prese con i dubbi amletici che accompagnavano i suoi predecessori. Dire o non dire, fare o non fare. Per superarli Walter Veltroni aveva coniato la formula del «ma anche». Un modo come un altro per non scontentare il variegato mondo che si muove nel recinto del centrosinistra. Ma Matteo no. Lui non conosce mezze misure. Quando parte non si ferma. A meno che non si tratti dell’articolo 18. Materia molto delicata da maneggiare. Soprattutto per chi da sempre è «rifugio» elettorale per ex segretari della Cgil (vedi alla voce Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani). Succede così che mercoledì il Corriere della Sera anticipi una delle proposte che il neo leader del Pd dovrebbe inserire nel suo grande piano sul lavoro: l’abolizione dell’articolo 18 per i neoassunti. Lui non smentisce né conferma. Ma in serata, ospite di Bruno Vespa alla presentazione dell’ultimo libro del giornalista, già tentenna: «Ancora non ho presentato nessun piano lavoro, la proposta apparsa oggi sui giornali l’hanno fatta Gutgeld e Faraone che sono amici (Faraone, per la cronaca, è anche responsabile Welfare e Scuola del partito). Se si riparte dal derby ideologico sull’articolo 18 sei finito». Il premier Enrico Letta non è ostile alla proposta. Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi spiega che «va nella giusta direzione ma non è sufficiente». Stretto in mezzo alla morsa Renzi comincia a mostrare segni di cedimento. «La revisione dell’articolo 18 non è all’ordine del giorno - chiarisce durante la riunione della segreteria -. Bisogna uscire da un dibattito ideologico che non serve, ma anzi può far scattare un allarme immotivato. Il tema è come si creano posti di lavoro, a partire dalla semplificazione delle normative e dai centri per l’impiego, bisogna agire sulle leve che possono creare crescita». Poi ieri sera, intervistato dal Tg4 , rilancia: «L’articolo 18 è un grande totem ideologico attorno al quale danzano i soliti addetti ai lavori che non si preoccupano dei problemi concreti e fanno solo discussioni ideologiche. Il Pd non è la Cgil, che è un sindacato importante. Il Pd ha delle idee che in parte vanno d’accordo con la Cgil e in alcuni casi possono anche essere contrarie». Sarà, ma il Pd ha sicuramente bisogno dei voti della Cgil. E di certo Renzi sa chi fu il primo a proporre una modifica dell’articolo 18 identica a quella che circola in questi giorni. Era il 2002 e Antonio Marzano, ministro delle Attività produttive del governo Berlusconi, così parlava in un’intervista al Corriere della Sera spiegando la sua idea: «Non si mette in discussione l’articolo 18 per i lavoratori a tempo indeterminato ma solo per i giovani nuovi assunti. Questa modifica nasce dalla necessità di far crescere le imprese italiane oltre i 15 dipendenti e di stimolare l’emersione delle aziende». Vi ricorda qualcosa? Per chi non dovesse avere memoria storica ricordiamo come finì. La Cgil e la sinistra si scagliarono contro il ministro. Il 23 marzo 2002 il leader del sindacato Sergio Cofferati radunò una folla oceanica (si parlò di 3 milioni di persone) al Circo Massimo. Al tempo il segretario dei Democratici di Sinistra era Piero Fassino che, intervistato da Repubblica , spiegava: «No alle modifiche dell’articolo 18, sì alle iniziative che il movimento sindacale assumerà per contrastare le proposte del governo e difendere i diritti». I Ds, in realtà, vissero un momento molto travagliato della loro storia e alcuni avrebbero preferito una linea ancora più dura a sostegno della battaglia della Cgil. Poco importa. Oggi Fassino è uno dei grandi elettori di Renzi. Cosa ne pensa?

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