A ondate successive, le novità sul calcioscommesse mandano segnali sempre più inquietanti, un fenomeno che ha radici profonde, origini che nel susseguirsi degli anni quasi nessuno ha preso in seria considerazione, se non altro come termine di paragone con gli avvenimenti di oggi. Quelli, per intenderci, che chiamano in causa la malavita internazionale, appendici perfino in Asia, come non bastassero i malviventi di casa nostra. Assale perfino la nostalgia, insomma, nel rivolgere il pensiero ai giorni delle truffe caserecce ideate per fare qualche soldo sulle partite di calcio. Iniziative nate, e sviluppate, perché per troppo tempo erano state tollerate irregolarità di ogni genere. Ma non tanto per finalizzarle al gioco d'azzardo, inevitabilmente clandestino perché le scommesse non erano ancora state liberalizzate, quanto per tutelare interessi di una società in crisi, a rischio di caduta dalla massima divisione, e si parla anche di club dal nome illustre e dal passato non avaro di successi. Accadeva che una squadra si mettesse in viaggio, all'ultima di campionato, con valigie cariche di soldi, rigidamente in contanti, da consegnare prima della gara ai rivali di turno, esenti da interessi di classifica. Cose neanche circondate da segreti impenetrabili, si parlava apertamente di risultati reciprocamente accettati, di sottobanco frequenti, di taciti accordi tra i giocatori, ma anche tra i club, e tutti vivevano felici e contenti. Tutto era possibile, tutto era lecito, nessuno che muovesse un dito. Alla base, il difetto, anzi l'equivoco di sempre del nostro calcio professionistico, cioè la guida affidata puntualmente a un dilettante che dedicava l'attenzione alla sua personale attività. Nelle identiche circostanze, un «commissioneer» di una delle quattro Leghe statunitensi, lautamente retribuito, avrebe perduto il posto e conosciuto la disoccupazione, in Italia neanche a parlarne. Ma, alla resa dei conti, tutti gli interpreti di vicende poco chiare si erano convinti che l'impunità sarebbe stata garantita a tempo indeterminato. Un brusco risveglio all'inizio degli Anni Ottanta, in contemporanea con l'avvio del Campionato d'Europa, programmato in Italia. A fare esplodere il pentolone, le rivelazioni di un oste e di un suo compare, Trinca e Cruciani, che svelarono tutto un mondo di corruzione e di favori agli amici. Affermavano di essersi decisi a confessare perché avevano un debito miliardario, si parla di vecchie lire, nei confronti degli allibratori clandestini, un pretesto senza fondamento, come può testimoniare chiunque conosca i meccanismi delle scommesse illegali. Poiché non esistono pezze d'appoggio o ricevute, il gioco è soltanto sulla parola. E chi tiene il banco non può consentire che i debitori di cifre altissime restino in circolazione, perché anche gli altri insolventi avrebbero potuto defilarsi, decretando il fallimento dell'industria fraudolenta. Ma ai due spioni venne dato credito e l'operazione della polizia assunse aspetti spettacolari a livello agghiacciante. Le auto degli agenti all'interno degli stadi, giocatori portati via in manette, lo sgomento perfino superiore alla rabbia e alla delusione per gli idoli infranti ridotti a malfattori di mezza tacca. Enzo Bearzot, chiamato a gestire l'Europeo di casa con dolorose rinunce, per le squalifiche decise dalla giustizia sportiva, avrebbe scontato anche l'indignazione dell'intero continente per lo scandalo italiano, così che gli Azzurri trovarono sulla loro strada arbitraggi punitivi, fino a vedersi esclusi dalla finale senza avere mai perduto. Ma intanto i presunti pentiti avevano raggiunto il loro scopo, tenere sotto ricatto tutte le società oggetto di indagine, ma anche, e soprattutto, quelle che all'inchiesta erano rimaste estranee e volevano evitare di finirci a scoppio ritardato. Molti nomi illustri avevano pagato, qualcuno per leggerezza, un gol in più segnato, senza modificare l'esito, era costato a Paolo Rossi una squalifica. Si pensava che con le scommsse rese legali il fenomeno potesse scomparire, naturalmente era soltanto un'illusione, si fa la legge e il proverbio insegna che l'inganno prende presto il sopravvento, la criminalità sa puntualmente come organizzarsi. Almeno quella seria, perché il calcio italiano ha vissuto anche parentesi grottesche, tentativi di truccare le partite gestiti da autentici rubagalline. Nelle telefonate intercettate non si nominavano gli ufficiali di gara, ma si diceva «l'uomo in nero» e «l'uomo con la bandierina», un codice cifrato diabolico che, secondo gli ideatori, avrebbe dovuto cancellare qualsiasi sospetto. Se non altro, i protagonisti attuali qualche precauzione la prendevano. Anche se, per fortuna, pare non sia stata sufficiente a metterli in salvo.
Tutto cominciò con la caduta degli dei
Nel 1980 due truffatori «pentiti» fecero scoppiare il primo scandalo Dodici calciatori portati via in manette direttamente dai campi
